Livornina

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Livornina: L’editto più celebre, emanato dal granduca Ferdinando I de’ Medici il 10 giugno 1593 e noto come Livornina, prevedeva 44 capitoli, con i quali il sovrano invitava ufficialmente i mercanti stranieri a stabilirsi con le loro famiglie nella città di Pisa e nel porto di Livorno. Se nell’incipit la legge, si rivolgeva a «tutti voi mercanti di qualsivoglia natione, levantini, e’ ponentini spagnioli, portoghesi, Greci, todeschi, & Italiani, hebrei, turchi, e’ Mori, Armenij, Persiani, & altri», il contenuto degli articoli non lasciava dubbi sui veri destinatari, ovvero gli ebrei sefarditi e i cristiani nuovi discendenti da ebrei obbligati, in Spagna e in Portogallo, a convertirsi al cattolicesimo a partire dalla fine del XV secolo. Il privilegio prevedeva infatti, per una durata di 25 anni (rinnovabile): la cancellazione dei debiti (fino a 500 scudi) e di certe condanne subite in altri paesi (compresa l’apostasia); facilitazione nel credito e importanti esenzioni fiscali (in particolare dalle gabelle); il libero trasporto di libri scritti in caratteri ebraici (d’ordinario strettamente sorvegliati dall’Inquisizione); il rispetto dei giorni festivi ebraici; un credito per facilitare l’installazione e l’avvio delle iniziative commerciali; l’assenza di battesimi forzati, la possibilità di costruire una sinagoga e quella di allestire un cimitero ebraico. A differenza degli ebrei di Firenze, Roma, Venezia, quelli di Pisa e di Livorno non erano obbligati a risiedere in un ghetto né a portare un segno distintivo. La “nazione ebrea” godeva anche di un’ampia autonomia giurisdizionale: i “massari”, i capi laici eletti dalla comunità (chiamati altrove parnassim o senhores do mohamad nella diaspora sefardita o “portoghese”), erano gli unici competenti a istruire i processi tra ebrei conformemente al diritto ebraico (halakhah); essi avevano il potere di cooptare i membri della loro “nazione”, ma anche quello di escluderli e di farli condannare […]. Quando una causa opponeva un ebreo a un cristiano, oppure c’erano ebrei non soddisfatti dal giudizio dei massari, lo Stato toscano prometteva l’amministrazione di una giustizia imparziale, garantita dal governatore di Livorno, giudice in materia civile e penale.[1] […] I privilegi toscani del 1593 confermarono e ampliarono quelli del 1591 – tant’è che si parla spesso di “Livornine”, per indicare l’insieme di queste leggi che invitarono gli ebrei a stabilirsi in Toscana. L’editto del 1593 fu diffuso con prudenza, in forma manoscritta, per non urtare la suscettibilità del re di Spagna né quella del papa. Fu spedito al sultano ottomano Murād III e alla regina Elisabetta d’Inghilterra, ed ebbe successo: famiglie di mercanti, di artigiani e di imprenditori ebrei, provenienti dalla Penisola iberica, dall’Impero ottomano o da altre città e porti italiani immigrarono a Pisa e, in numero sempre crescente, a Livorno, dove le attività commerciali e portuali si svilupparono prendendo il sopravvento su quelle della vicina. […] Nei porti italiani, la Livornina fu richiamata spesso come modello nel corso del XVII e del XVIII secolo. Tuttavia, le amministrazioni si attenevano soprattutto a una concezione “doganale” del porto franco, senza per forza associarvi l’accoglienza delle comunità straniere e degli ebrei sefarditi. Quando gli ebrei furono riammessi nel regno di Napoli il 24 giugno 1739 – prima di essere di nuovo espulsi nel 1747 […] –, lo furono sulla base di un testo in gran parte conforme alla legge toscana del 1593. Anche i funzionari viennesi fecero ricorso alla Livornina quando gli Asburgo decisero, nel 1766, promulgare una nuova legislazione per gli ebrei a Trieste, istituito porto franco nel 1719: alla fine fu questo, probabilmente, quello che più si avvicinò al modello toscano (G. Calafat-M. Grenet, Mediterranei. Storia delle mobilità umane (1492-1750), traduzione di Filippo Benfante, Roma, Viella, 2025, pp. 183-187; ed. or. Mediterranées. Une histoire des mobilités humaines (1492-1750), Paris, Points, 2023).

[1] Sulla nazione ebrea di Livorno si vedano in particolare, per vari periodi: Frattarelli Fischer, Vivere fuori dal ghetto. Ebrei a Pisa e Livorno (secoli XVI-XVIII), Torino, Silvio Zamorani, 2008; Filippini, Il porto di Livorno e la Toscana (1676-1814), 3 voll., Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1998; Toaff, La nazione ebrea a Livorno e a Pisa (1591-1700), Firenze, Olschki, 1990; Trivellato, Il commercio interculturale. La diaspora sefardita, Livorno e i traffici globali in età moderna, trad. di Andrea Caracausi, Barbara Di Gennaro Splendore e Francesca Trivellato, Roma, Viella, 2016; ed. or. The Familiarity of Strangers. The Sephardic Diaspora, Livorno, and Cross-Cultural Trade in the Early Modern Period, New York-London, Yale University Press, 2009.

 

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