Giuliana SALADINO, Romanzo politico. De Mauro, una cronaca italiana, saggio introduttivo di Antonino Blando, Palermo, Istituto Poligrafico Europeo, 2015, 116 pp., (Le opinioni, 19), ISBN 978-88-96251-73-7.
De Mauro. Una cronaca palermitana di Giuliana Saladino, edito nel 1972 da Feltrinelli, viene pubblicato dopo circa 35 anni per i tipi dell’Istituto Poligrafico Europeo con il titolo Romanzo politico. De Mauro, una cronaca italiana.
La narrazione inizia la sera del 16 settembre 1970, giorno in cui scompare a Palermo il giornalista Mauro De Mauro. Ci si aspetterebbe, quindi, un’attenta ricostruzione delle fasi del rapimento o quanto meno un’inchiesta giornalistica sul movente del rapimento, o già un racconto delle indagini delle forze dell’ordine per ritrovare il giornalista. Tuttavia non è semplice collocare il libro della Saladino (1925-1999), giornalista del quotidiano L’Ora di Palermo, all’interno di un genere letterario ben preciso, poiché le pagine dello scritto non si limitano a cercare di dare un senso al rapimento, ma piuttosto cerca di raccontare un anno di vita palermitana con i suoi problemi, le sue paure, le sue riflessioni, le sue contraddizioni, la sua ipocrisia. Antonino Blando, ricercatore di Storia contemporanea all’Università di Palermo e autore del Saggio introduttivo (pp. V-XXXI) all’opera, rinuncia ad attribuire un genere allo scritto: «Una cronaca politica? Non proprio. Un romanzo poliziesco? Neanche. Un giallo? No di certo. Un pamphlet? Per niente. Un diario civile? Non è il caso. Un libro di denuncia giornalistica? Per favore no! Allora che cos’è quest’opera della Saladino si chiederà il lettore. Difficile rispondere perché è all’incrocio di tutto questo, racchiude tutti questi generi ma non li contiene. Quello della Saladino è uno dei pochi esempi italiani di un canone molto difficile che possiamo definire, come per il titolo, romanzo politico» (p. VIII).
Dietro il rapimento di De Mauro emerge il niente delle inchieste delle forze dell’ordine, ma questo niente dice molto di più, perché nel frattempo Giuliana Saladino sottopone al lettore la chiave di lettura di Palermo, della Sicilia e dell’Italia, che permettono di comprendere tutto ciò che c’è da comprendere sul caso De Mauro. La verità giudiziaria che si attende, in fondo è solo un aspetto della verità. A Palermo ci sono i drammi quotidiani, le scuole senza acqua e senza banchi, le sparatorie, gli avvertimenti con le esplosioni, lo scirocco, la malasanità, i licenziamenti, l’emigrazione, la mafia e la DC con i suoi rimpasti; ma anche il quotidiano L’Ora, il procuratore capo Pietro Scaglione, la droga, il sindaco Ciancimino, il costruttore Vassallo, il ministro Gioia.
Il libro racconta semplicemente un anno “normale” a Palermo in fondo. Un anno “normale” che però si tinge di emblema di una cronaca italiana, troppo italiana. «Chi si chiedeva se Palermo è Italia ora comincia a chiedersi se l’Italia è Palermo» (p. 111).
Il tempo del racconto sembra dilatarsi e lo spazio rarefarsi. I tempi sembrano quelli tipici del da farsi siciliano, il senza-fretta, il tutto-con-calma e l’ora-vediamo e dopo metà del libro e non stupisce più il fatto che le inchieste sul rapimento non abbiano ancora dato nessun esito.
E dalla lettura del libro di Giuliana Saladino tutto sembra chiaro, evidente, ovvio, ma la soluzione del rompicapo sul rapimento è impossibile da risolvere. Per questo motivo la lettura del libro da una iniziale fiducia sul lesto raggiungimento della verità lascia via via posto al distacco sfiduciato, a un occhio disincantato sulla città, sull’Italia. Per questo il cielo del romanzo politico sulla città si fa sempre più accupuso, come nelle grigie giornate di scirocco umido, fangoso e opprimente.
Merita una menzione l’introduzione di Blando, che accompagna il lettore alla lettura con la consapevolezza della difficoltà dell’accogliere un’opera così chiara e sincera. Preziosa è l’appendice bibliografica Per saperne (eventualmente) ancora di più (pp. XXXII-XXXVI). Utili si dimostrano, infine, la Nota dell’editore (pp. XXXVII-XXXVIII) e l’Indice dei nomi (pp. 113-116).
Pietro Simone Canale

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