‘Ahdnāme

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‘Ahdnāme: Conformemente al principio dell’amān, i sultani ottomani, dal XV al XVIII secolo, accordarono concessioni agli stranieri non musulmani sotto forma di documenti scritti. I più comuni erano gli ‘ahdnāme, alla lettera “impegni” (‘ahd) “scritti” (nāme) del sultano, strumento che risaliva probabilmente all’epoca degli emirati turco-anatolici e dell’Impero selgiuchide. Le cancellerie europee traducevano in genere questi documenti con il termine “capitolazioni”, in riferimento alla loro struttura in capitoletti (capitula). Sottolineiamo subito il carattere unilaterale e asimmetrico di questi testi: il sultano aveva tutta la facoltà di accordarli ma anche di revocarli se li considerava ormai inutili, aggirati o contrari ai suoi interessi.[1] Si trattava dunque di una graziosa concessione, elargita a una monarca considerato come un inferiore che chiede l’amicizia e la benevolenza del sovrano turco. Inoltre, i patti e le promesse del sultano teoricamente non impegnavano i suoi successori. Questa precarietà degli ‘ahdnāme obbligava di conseguenza a periodici negoziati, il cui esito era un buon indizio delle relazioni diplomatiche e dei rapporti di forza politici nel Mediterraneo. Infatti, la concessione di nuove capitolazioni segnalava, senza esserne peraltro l’unica cauzione, la protezione del sultano all’interno dei suo “paesi ben custoditi”. Gli ottomani svilupparono presto questo strumento diplomatico che in seguito conobbe adattamenti a contatto con le diplomazie bizantina, mamelucca e veneziana, che reclamavano maggiore reciprocità, realizzata nello scambio di un trattato scritto e dal comune giuramento ad attenervisi.[2] Tuttavia, grazie alle numerose conquista fatte dagli ottomani nei secoli XV e XVI, il sultano continuò, almeno fino all’estrema fine del XVII secolo, ad apparire nella forma stessa dell’‘ahdnāme in una posizione di netta superiorità.[3] […] Le traduzioni in latino o nelle lingue volgari europee cercavano di smussare lo squilibrio, ma la versione in turco ottomano era l’unica che il sultano considerava ufficiale e valida in caso di contenziosi. Gli ‘ahdnāme permettevano ai sultani ottomani di rispettare i principi della giurisprudenza islamica (fiḳh) che autorizza la pace ma proibisce una completa alleanza con un principe infedele – peraltro in campo cristiano il diritto canonico stabiliva la stessa cosa. Le capitolazioni erano accordate di conseguenza sotto la forma dell’amān, come gesto di benevolenza, una grazia offerta a un tributario e ai suoi sudditi, autorizzati a risiedere e a commerciare all’interno dell’Impero ottomano. Non si devono comunque ridurre questi testi unicamente alla loro dimensioni economica. In primo luogo perché l’insistenza sulle garanzie commerciali rappresentava la faccia “accettabile” dell’intesa politica;[4] in questo senso, la dimensione politica e quella commerciale non obbediscono a logiche separate, ma spesso sono le due facce di una stessa medaglia. In secondo luogo perché, come vedremo, le capitolazioni contenevano numerose clausole relative alla religione, alla libertà di culto, ai missionari, ai luoghi santi cristiani sotto il dominio del sultano. Infine perché c’erano anche degli ‘ahdnāme il cui tenore era più apertamente politico e militare, che regolavano in particolare questioni di confine, cessioni di territori e scambi di prigionieri tra Stati confinanti: questa diplomazia frontaliera contraddistingueva soprattutto le capitolazioni negoziate con la Polonia, la repubblica di Venezia, Ragusa (Dubrovnik), l’Austria e la Russia.[5] Se esistono differenze formali tra i vari ‘ahdnāme – in particolare nel loro carattere unilaterale, più o meno marcato –, bisogna senz’altro vederci il segno dei rapporti di forza tra i contraenti, ma anche un indizio della vasta gamma diplomatica (nei due sensi del termine: come pratica e come protocollo documentario) a disposizione delle cancellerie ottomane. La frequente rinegoziazione delle capitolazioni scandiva dunque le relazioni diplomatiche tra l’Impero ottomano e gli altri Stati europei. In genere le trattative erano condotte a Istanbul, dove i rappresentanti stranieri – ambasciatori e consoli –  negoziavano gli articoli del trattato con il gran visir, in sessioni che potevano durare mesi o anche anni. Questo sistema manifestava bene il carattere di supplica degli ‘ahdnāme. Gli ottomani ammettevano la presenza di ambasciate permanenti nella loro capitale, dal canto proprio guardandosi, fino all’estrema fine del XVIII secolo, di ricorrere a questo uso della diplomazia, recente, dal momento che si era sviluppato nel corso del Quattrocento. Il bailo (in turco bayloz), ovvero l’ambasciatore residente della repubblica di Venezia, si stabilì a Istanbul nel 1454 (ma l’ufficio del bailaggio risaliva all’XI secolo, in piena epoca bizantina); l’ambasciata di Francia fu aperta nel 1535, quella d’Inghilterra nel 1583, quella delle Province Unite nel 1612. Inoltre, agenti e inviati straordinari polacchi, imperiali, russi risiedevano regolarmente nella capitale ottomana, dove le loro missioni duravano talvolta vari anni. Sin dal 1527 i baili veneziani si stabilirono in un palazzo nella parte settentrionale del Corno d’Oro, nelle “vigne di Pera”, un quartiere che, nel corso dei secoli XVII e XVIII, divenne il grande centro della diplomazia europea a Istanbul (G. Calafat-M. Grenet, Mediterranei. Storia delle mobilità umane (1492-1750), traduzione di Filippo Benfante, Roma, Viella, 2025, pp. 150-153; ed. or. Mediterranées. Une histoire des mobilités humaines (1492-1750), Paris, Points, 2023).

 

[1] H. İnalcık, Imtiyāzāt, in Encyclopaedia of Islam, Second Edition, a cura di Peri Bearman, Thierry Bianquis, C. Edmund Bosworth, et al., Leiden, Brill, 2011.

[2] H. Theunissen, Ottoman-Venetian Diplomatics. The ‘Ahd-Names. The Historical Background and the Development of a Category of Political-Commercial Instruments Together with an Annotated Edition of a Corpus of Relevant Documents, tesi di dottorato, Utrecht, Utrecht Universiteit, 1991; poi in «EJOS – Electronic Journal of Oriental Studies», 1, 2 (1998), pp. 252-254.

[3] G. Işiksel, Hierarchy and Friendship. Ottoman Practices of Diplomatic Culture and Comunication (1290s-1600), in «The Medieval History Journal», 22, 2 (2019), pp. 278-297.

[4] G. Veinstein, Les Failles de l’affrontement, in H. Laurens-J. Tolan-G. Veinstein, L’Europe et l’islam. Quinze siècles d’histoire, Paris, Odile Jacob, 2009, p. 231.

[5] V. Panaite, Trade and Merchants in the 16th Century Ottoman-Polish treaties, in «Revue des études sud-est européennes», 32 (1994), pp. 259-276; D. Kołodziejczyk, Ottoman-Polish Diplomatic Relations (15th-18th Century). An Annotated Edition of ‘Ahdnames and Other Documents, Leiden, Brill, 2000.

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