Giudici e corsari nel Mediterraneo di R. L. Foti

Rita Loredana FOTI, Giudici e corsari nel Mediterraneo. Il Tribunale delle prede di Sicilia 1808-1813, Istituto Poligrafico Europeo, Palermo 2016, 314 pp., (Passaggi di tempo. Saggi di storia moderna e contemporanea, 2), ISBN 9788896251614.

Il Mediterraneo, da sempre spazio che unisce e non divide ma che non tollera dominium, è nel Settecento coinvolto pienamente nel processo di costruzione degli spazi politici che vedono protagonisti gli stati rivieraschi. Il sovrapporsi di diritto comune, diritto internazionale da una parte e regolamentazione e controllo dei mari dall’altra, fa sì che la corsa rimanga una questione molto controversa per gli stati, che ne fanno strumento di guerra e di commercio alternativo.
Il libro di Rita Loredana Foti, dottore di ricerca in Storia moderna e assegnista di Storia economica, nonché docente di Storia sociale del mondo moderno all’Università di Palermo, prende posto all’interno dell’interessante dibattito sulla costruzione degli spazi politici tra Settecento e Ottocento attraverso lo studio della corsa e del Tribunale delle prede di Sicilia, specifica magistratura che ebbe l’incarico «di decidere della legittimità delle prede fatte dai corsari di Sua Maestà siciliana». Nello specifico viene ricostruita la vicenda del Tribunale, la quale risulta essere utile a comprendere peculiari aspetti della delicata situazione politica internazionale del Regno di Sicilia negli anni dell’occupazione francese del Regno di Napoli e del decennio inglese nell’isola. A dare maggior valore al saggio è la scarsità di studi finora condotti sul caso siciliano.
Il libro, edito per i tipi dell’Istituto Poligrafico Europeo, casa editrice palermitana che svolge un coraggioso ruolo di divulgazione delle nuove ricerche di storia siciliana, si divide in sette capitoli, che è possibile distribuire in due parti. Nella prima parte del libro rientrano i tre capitoli iniziali, mentre nella seconda i restanti quattro.
L’autrice espone nel primo capitolo un’ampia panoramica del fenomeno della guerra di corsa e di diritto di preda (pp. 17-100) in Europa dal Medioevo al XIX secolo e la questione dello status giuridico dei mari. All’introduzione alla materia segue la posa delle questioni che si trovano alla base della ricerca, ossia «recuperare nell’analisi il momento giuridico e capire e verificare se si può fare, oltre che una storia sociale, anche una storia normativo-istituzionale della guerra di corsa e che apporto vi possono dare le carte dei tribunali deputati ad amministrarla e regolarla e più concretamente studi contestuali» (p. 8), alle quali Foti risponde grazie all’esame della situazione politica del Mediterraneo, “terreno” di scontro tra Napoleone e la Gran Bretagna, e della Sicilia, ultimo rifugio dei Borbone fuggiti da Napoli e protetti dagli Inglesi (capitolo II, Sicilia «inglese» o «borbonica»? pp. 101-141). In questo capitolo appare interessante lo «studio di alcune delle trasformazioni che nel corso di un quarto di secolo seguono per molti versi lo spazio mediterraneo» a partire dal “laboratorio politico” siciliano. Norme, magistrature e burocrazia connotano sempre più gli spazi legati agli scambi sia dal punto di vista politico, sia dal punto di vista economico. Il «commercio attivo», in «una delle tante declinazioni dell’interventismo tardo-mercantilistico», è perseguito attraverso la linea politica ultra-protezionista e nazionale che accomuna l’Europa tra XVIII e XIX secolo.
Nel capitolo successivo, invece, sono descritti i tentativi e le caratteristiche della corsa siciliana nel Tirreno meridionale prima della creazione del Tribunale (cap. III, Prove di corsa e di giudizio, pp. 143-172). L’esperienza della corsa napoletana e il delicato momento politico per i Borbone portano alla nascita di una corsa siciliana regolamentata con chiari obiettivi bellici. Ciò si concreta, infine, con l’emanazione di una regolamentazione dell’armare in corso che riesca a superare, almeno sulla carta, le conflittualità giurisdizionali, il particolarismo e il pluralismo normativo.
Nella seconda parte del libro, la ricercatrice entra nel merito della vicenda del Tribunale delle prede di Sicilia, sorto nell’agosto del 1808, descrivendone l’istituzione, la normativa di riferimento, le competenze e le procedure, attraverso lo studio di casi specifici di controversie su un’ampia serie di fatti di corsa (cap. IV, Il Tribunale delle prede di Sicilia, pp. 173-198). In merito a questo capitolo è bene dire che gran parte della ricerca è stata condotta tra i fondi dell’Archivio di Stato di Palermo, di cui la studiosa è profonda conoscitrice, pur volgendo il suo sguardo anche agli archivi di stato di Napoli e di Messina a riprova della complessità del fenomeno analizzato, il quale coinvolge più magistrature, dal Ministero degli Esteri ai consolati, dai  magistrati di commercio alla polizia.
Il capitolo V, I corsari di Maria Carolina (pp. 199-225) fa luce sull’amministrazione dei corsari di conto regio. Dallo stesso emerge l’aspetto squisitamente politico delle imprese di corsa armate dalla regina, poiché sugli uomini di Maria Carolina e su lei stessa ricadono i sospetti da parte inglese di spionaggio e cospirazione con il nemico. Sempre nello stesso capitolo si tratta dei difficili rapporti tra la monarchia siciliana, le magistrature dell’isola e l’ingombrante presenza inglese.
Gli ultimi due capitoli sono dedicati, invece, alle azioni dei corsari siciliani nei mari della Sardegna e nell’Adriatico (cap. VI, Bordeggiando nel Mediterraneo, pp. 227-249), alla corsa contro i “Turchi” delle reggenze nordafricane e alle “prede speciali” (cap. VII, Prede di Turchi. Riscatto, scambio o vendita? pp. 251-294). In essi si getta luce sulle varie sfaccettature e sulla fitta rete di relazioni degli attori sociali, i quali «perseguono scopi e rivestono ruoli solo apparentemente contraddittori e, […], nelle risposte delle segreterie alle istanze della polizia si fa molta attenzione a separare gli affari commerciali, che devono per ordine sovrano, mantenersi anzi incoraggiarsi, dalle corrispondenze politiche» (p. 273).
Il libro si conclude con la fine delle attività del Tribunale delle prede di Sicilia, che le cessava nel 1813. Tuttavia, non si esauriscono gli interrogativi e gli spunti che riguardano i protagonisti della corsa siciliana e poiché la corsa è un fenomeno «difficile da imbrigliare», questa ricerca non può dirsi esausta, ma piuttosto un ulteriore punto di partenza per comprendere il passaggio tra “Stato giurisdizionale” e “Stato amministrativo” e le trasformazioni del Mediterraneo all’inizio del XIX secolo. Si apprezza del libro, inoltre, la rigorosa e accurata esposizione della tematica trattata e dei risultati ottenuti attraverso lo studio delle fonti e la riflessione su di esse e un robusto apparato bibliografico. Ancora più apprezzata nel saggio è la attualità dell’analisi sugli spazzi della politica e del diritto contrapposti a quelli del Mar Mediterraneo, oggi come allora scenario di scontro e incontro di civiltà e giurisdizioni.

Pietro Simone Canale


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