Marco PELLEGRINI, Le guerre d’Italia (1494-1559), Il Mulino, Bologna 2017, 258 pp., (Le vie della civiltà), ISBN 978-88-15-27270-6.
La storia politica italiana dal Medioevo ad oggi sembra assomigliare tanto a una di quelle serie televisive americane, che vanno in onda per tante stagioni. La caratteristica di queste è quella di catturare l’attenzione e occupare la scena internazionale per intensi periodi, alternati a periodi di disinteresse, in cui il pubblico fidelizzato ed esigente pretende la sua parte rassicurante e i cliché già sperimentati, mentre attori e protagonisti che hanno ottenuto un riconoscimento della critica e dal pubblico, sono costretti ad eclissarsi, salvo poi infiammare il pubblico con brevi ed emozionanti apparizioni o cammei. Tuttavia, la narrazione, gli espedienti narrativi e la struttura degli episodi non mutano se non nei nomi dei protagonisti, nelle nuove tecniche, negli scenari. La politica è quindi il buono sceneggiatore, più che l’azione.
Il libro di Marco Pellegrini, docente di storia moderna e storia rinascimentale all’università di Bergamo, racconta con dovizia e rigore le vicende delle guerre d’Italia, privilegiando l’aspetto politico e diplomatico degli stati della penisola, pur mantenendo al centro la complessa vicenda internazionale che caratterizzò il sessantennio tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento.
L’iniziale similitudine non vuole sminuire il lavoro dell’autore, poiché essa matura da una suggestione nata dalla lettura del libro, nel momento in cui si assiste con preoccupazione alla politica italiana ed europea odierna. Tornando al libro, Le guerre d’Italia, edito in nuova edizione per i tipi bolognesi de Il Mulino (la prima edizione è del 2009), è un ottimo strumento di approfondimento sulla storia del Cinquecento, poiché vengono illustrate e analizzate le vicende dei singoli soggetti territoriali e politici implicati in questa fitta trama internazionale. La struttura del libro, infatti, è composta da capitali dedicati ciascuno agli stati della penisola (La fine del regno di Napoli, pp. 51-76; La caduta di Milano, pp. 77-100; La sconfitta di Venezia, pp. 101-129; Il salvataggio del Piemonte, pp. 191-241) e ai protagonisti di livello internazionale come Carlo VIII (La calata di Carlo VIII, pp. 25-49), Francesco I (Una contesa europea, pp. 131-156) e Carlo V (Sotto il manto imperiale, pp. 157-189).
Nella mappa geo-politica disegnata dall’autore il percorso tracciato e quello della politica, in particolare quella pontificia. Essa, spesso lucida e a tratti megalomane, a volte confusa e disastrosa, in cui «grande» e «piccolo nepotismo» assumono solamente un aspetto emblematico, si muove costantemente sull’asse Milano-Firenze-Roma-Napoli, lasciando quasi sempre al margine la singhiozzante Venezia e lo “sfortuntato” Piemonte.
Le guerre d’Italia risultano essere, per la loro complessità diplomatica e la loro controversa analisi, un vero e proprio laboratorio politico, come possono esserlo state la democrazia ateniese, la Rivoluzione francese. Non è un caso che l’arte politica e con essa le più grandi opere letterarie che la rappresentano come il Principe di Niccolò Machiavelli e le opere storiografiche di Francesco Guicciardini, vengano fuori proprio dalle esperienze politiche della fine del Quattrocento e del Cinquecento italiani.
Viene sottolineata nell’opera come la politica sia la più grande arma in possesso degli italiani, i quali si trovano in netto svantaggio sul piano militare nei confronti delle grandi potenze europee del tempo, diventando così «maestri nell’arte della prevenzione e del contenimento dei conflitti» (p. 9). Le guerre d’Italia si combattono nei campi di battaglia e nelle corti tra scambi epistolari, prestiti bancari e trattative diplomatiche. Per questo motivo l’azione di Giulio II, Ludovico il Moro, Paolo III e Cosimo de’ Medici risultano spesso più ficcanti delle battaglie campali e degli assedi, sebbene Marco Pellegrini non disdegni, infatti, un’attenta narrazione dei fatti di guerra (Fornovo, Cerignola, Novara, Marignano, Pavia) accanto alla analisi puntuale delle relazioni internazionali tra i vari attori politici del tempo. L’Italia diventa in questo sessantennio un grande e triste laboratorio di sperimentazione per le nuove armi da fuoco, come cannoni, archibugi, pistole e fucili, sempre più precise, affidabili e letali, e per le nuove strategie di schieramento degli eserciti, in cui si assiste al declino della cavalleria pesante, all’utilizzo della cavalleria leggera e una nuova concezione dell’uso della fanteria, che cambiano profondamente e in maniera irreversibile il modo di fare la guerra, sempre più costoso, quanto sanguinario.
Non è poi da sottovalutare l’aspetto «ecclesiologico» della guerra, almeno nella sua prima parte in cui emerge lo scontro tra il papato e la monarchia francese, la quale proietta sulle campagne militari italiane il compimento della «ricostituzione nazionale» inaugurata «durante la fase finale della Guerra dei Cent’anni». Le spinte autonomistiche della Chiesa francese infastidiscono e preoccupano al quanto il papato, il quale diffida contemporaneamente degli Aragonesi ed in particolare di quelli di Napoli. Tuttavia, la politica pontificia risulta molte volte miope e costretta a rimediare all’irrimediabile. Emblematica in questo senso è la condotta nei confronti di Carlo V, a sua volta impegnato nei problemi religiosi dell’Impero.
Le guerre d’Italia è un ottimo libro, forte di una scrittura chiara, sebbene non manchino a volte dei romantici slanci di fatalità italiana. Se una pecca va trovata a questo libro è la mancanza di un apparato di mappe storico-geografiche che aiuti il lettore nel collocare i diversi esisti dei trattati e delle paci, tra cui quella di Cateau-Cambresis, a mio giudizio, essenziale a chiusura della narrazione. Fondamentali i riferimenti bibliografici suddivisi per capitolo (pp. 245-252) così come l’Indice dei nomi (pp. 253-258).
Pietro Simone Canale

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