Elitropia, sangue di drago e unghia della gran bestia

di Pietro Simone Canale

Nella Tariffa doganale siciliana si scoprono merci esotiche, magiche e rare, delle quali oggi si è persa memoria anche a causa dell’omologazione dei consumi.

Il 1° settembre del 1802 entrava in vigore nel Regno di Sicilia la Tariffa generale da osservarsi in tutte le dogane di Sua Maestà, a seguito di un’importante e radicale riforma del sistema doganale marittimo siciliano. Da quel momento in poi tutti gli amministratori, i secreti e gli ufficiali di dogana, dai pesatori al credenziere, dal canniatore, colui che si occupava di misurare e valutare stoffe e tessuti, al cassiere, dovevano applicare le indicazioni e i prezzi previsti dalla riforma. L’introduzione delle nuove norme prevedeva che, per ogni merce in uscita dall’Isola o in ingresso, fosse applicato un dazio di 18 grani e 4 piccoli per ogni onza di valore [1]. Questo era fissato per legge e si doveva fare riferimento soltanto a ciò che era scritto nella Tariffa. Nessun ufficiale poteva più valutare arbitrariamente le merci che transitavano dai porti siciliani o che venivano introdotte nelle città siciliane. Il documento, di cui se ne conserva una copia a stampa presso il fondo della Secrezia dell’Archivio di Stato di Palermo [2], è composto da una preliminare spiegazione della riforma doganale e da un lungo elenco, diviso per categorie merceologiche, in cui sono riportati ogni tipo di genere alimentare, spezia, materia prima, tessuto e manufatto che i doganieri avrebbero potuto trovare nelle casse in transito per le dogane di mare siciliane.

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Andrea Raia: prima vittima comunista della mafia

di Pietro Simone Canale

Due colpi di fucile esplosi nell’oscurità

È da poco passata la mezzanotte a Casteldaccia, poco lontano da Palermo: è il 6 agosto 1944. Due uomini si presentano sull’uscio dell’abitazione di via Butera 5, si rivolgono alla donna accanto al cadavere del figlio con le seguenti parole: «perché non lo levate, non lo vedete che è morto?».
Il corpo esanime è quello di Andrea Raia, esponente della neonata sezione del Partito Comunista, costituita il 14 maggio 1944, e segretario della Camera del Lavoro di Casteldaccia, ucciso poco prima della mezzanotte a colpi di fucile sulla porta di casa. I due uomini sono Francesco e Onofrio Tomasello, pluripregiudicati ed «esponenti dell’alta mafia locale».

Andrea Raia, commissario per il controllo dei Granai del Popolo

Andrea Raia si occupa della fabbricazione di giochi pirotecnici, ma è pratico anche nell’assistenza ai malati, attività per la quale non chiede mai compensi.
Proprio per la sua militanza nel Pci, è stato designato per far parte della Commissione popolare di controllo per i Granai del Popolo. Le Commissioni popolari di Controllo sono organi preposti al compito di vigilare sulle operazioni di ammasso granaio, sulla correttezza delle attività delle istituzioni annonarie e sul funzionamento dei Granai del Popolo, istituiti con decreto del 3 maggio 1944 del ministro dell’agricoltura, il comunista Fausto Gullo, del secondo governo Badoglio. Continua a leggere

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Sicilie del vino nell’800 di R. Lentini

Rosario LENTINI, Sicilie del vino nell’800. I Woodhouse, gli Ingham-Whitaker, il duca d’Aumale e i duchi di Salaparuta, Palermo, Palermo University Press, 2019, 267 pp., [Frammenti, 20].

La storia enologica siciliana del diciannovesimo secolo sembra avere una natura favolosa e per alcuni versi appare strabiliante, se si pensa alla rapidità con cui alcuni celebri vini si imposero sul mercato internazionale e agli apprezzamenti che i prodotti della nascente industria vinicola ricevettero. Tuttavia, dietro al successo del vino Zucco, per citare uno dei prestigiosi nomi in questo libro, o del marsala, si nascondono la passione, l’intuizione, la capacità di guardare oltre, le scelte imprenditoriali e il contributo della scienza. Tutto ciò è raccontato magistralmente nel delizioso libro di Rosario Lentini, Sicilie del vino nell’800, edito nel dicembre del 2019 per i tipi della Palermo University Press nella collana «Frammenti». L’autore, studioso di storia economica della Sicilia dal ‘700 al ‘900, ha scritto numerosi saggi sulla famiglia Florio, sui mercanti-banchieri inglesi e sulla secrezia di Palermo, sulla vitivinicoltura siciliana, tra i quali un’importante storia dell’invasione «silenziosa» della fillossera, e sull’economia delle tonnare. Continua a leggere

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Riforme e condizioni economiche della Sicilia di fine Settecento in due rappresentanze di Giacinto Dragonetti

di Pietro Simone Canale

Il saggio espone i contenuti di due rappresentanze del consultore del governo del Regno di Sicilia, Giacinto Dragonetti, inviate negli anni Novanta del Settecento al Consiglio delle Finanze a Napoli per riferire sullo stato delle dogane siciliane e sul lavoro della Giunta delle Dogane di Palermo. I due documenti esprimono il sostegno del consultore alla riforma del sistema doganale e mostrano la situazione economica della Sicilia in un momento di grande trasformazione economica. Dalle relazioni emerge l’orientamento economico e politico di Dragonetti, il quale sottolinea le criticità dell’isola e la mancanza di un intervento del governo. Nei documenti sono descritti lo stato dell’agricoltura, il grado di sviluppo delle arti e del commercio, sono prese in esame le principali voci di produzione, di importazione e di esportazione per l’anno 1795-1796. Alle due relazioni sono allegati dei rapporti sul commercio, sugli introiti delle dogane marittime siciliane e sulle provvigioni degli ufficiali di secrezia.

Pubblicato in «Itinerari di ricerca storica», 2 (2020), pp. 135-150.

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La Suprema Giunta delle Dogane e la riforma doganale di Giovan Battista Scaglia

di Pietro Simone Canale

L’autore del saggio ricostruisce la vicenda istituzionale della Suprema Giunta delle Dogane, costituita nel Regno di Sicilia alla fine del Settecento, e le fasi di progettazione e attuazione della riforma doganale del 1802. La riforma del sistema doganale marittimo siciliano, approvata da Ferdinando III di Borbone, fu voluta fortemente dalla Giunta e fu elaborata dal procuratore fiscale Giovan Battista Scaglia, figura chiave della vicenda. Il progetto di riforma doganale e la discussione sul ruolo delle dogane si inseriscono all’interno del dibattito sul miglioramento delle sorti dell’economia siciliana, che interessò l’isola tra il Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Esso è analizzato all’interno del saggio, perché è parte integrante del dibattito economico europeo del tempo e punto culminante del processo riformatore siciliano iniziato nella seconda metà del Settecento. Sono analizzate nello specifico il contenuto del progetto di riforma e le riflessioni economiche di Scaglia.

Pubblicato in «Itinerari di ricerca storica», 2 (2019), pp. 141-156.

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Accademie siciliane: un confronto col Settecento

di Pietro Simone Canale

Spirito nuovo e diverso coraggio

Tre secoli sembrano tanti.

Il Settecento, dopo avere scavalcato quel limite immaginifico del terzo millennio, può sembrare anacronistico e superato. Eppure, l’Europa ha un debito profondo verso quel secolo. In esso ha radici, di esso possiede impronta, ne custodisce geni e germi.

A contraddistinguere il Settecento è la «rivoluzione delle idee», ossia quel radicale cambiamento del paradigma fondato su diseguaglianza, rassegnazione e agricoltura. Una rivoluzione che pone le basi per il mondo industriale e l’ordine liberal-democratico, basati su ragione, libertà, tolleranza e felicità (vedi E. Felice, Storia economica della felicità, Bologna, Il Mulino, 2017, pp. 194-196).

È l’Illuminismo, che non è sempre sinonimo di Settecento, ma che ne è però espressione, sintesi, essenza. Ad essere generoso con il secolo dei Lumi è infatti il Seicento, dal quale ha acquisito le forti spinte della Rivoluzione scientifica. L’idea tutta baconiana che la conoscenza debba guardare alla tecnica e al miglioramento della condizione umana si innesta in quel pensiero nuovo dei philosophes del diritto alla felicità. Un diritto, o un’aspirazione, che è tutt’oggi punto di riferimento identitario per l’Europa. Continua a leggere

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Che fine hanno fatto quei giorni del 1582?

di Pietro Simone Canale

La riforma del calendario

La riforma del calendario nel XVI secolo sistemò l’annosa questione dell’equinozio di primavera, ma papa Gregorio XIII dovette cancellare dalla storia dieci giorni (dal 5 al 14 ottobre)

Il calendario giuliano

Nel 1582 papa Gregorio XIII, al secolo Ugo Boncompagni (Bologna, 1501 – Roma, 1585), emanò il 24 febbraio la bolla Inter gravissimas, con la quale introdusse un nuovo calendario.

Fino ad allora era stato utilizzato il calendario giuliano, elaborato nel 46 avanti Cristo dall’astronomo Sosigene di Alessandria su ordine di Giulio Cesare. Per uniformare i diversi e, talvolta, imprecisi calendari utilizzati nei vari domini di Roma, l’alessandrino modificò il calendario solare egizio di 365 giorni. I suoi calcoli aggiungevano sei ore all’anno solare, una misurazione molto precisa per gli strumenti in uso allora. Tuttavia, l’anno solare è inferiore di circa undici minuti.

All’errore di Sosigene si aggiunse nel VI secolo il rimedio del monaco scita Dionigi il Piccolo che introduceva un correttivo di cinque minuti. Il calendario giuliano prevedeva dodici mesi e l’anno bisestile ogni quattro, ossia l’aggiunta di un giorno ai 365. Malgrado ciò, i calcoli approssimativi con cui era stato determinato il “ciclo del Sole” – giacché non era ancora noto che fosse la Terra a girare intorno al Sole (la cosiddetta teoria copernicana non era nota ai più ed era considerata soltanto un’ipotesi) – provocavano il ritardo di un giorno ogni 128 anni rispetto all’equinozio di primavera. Continua a leggere

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Almanacchi, almanacchi nuovi, lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?

di Alessio Angelo e Pietro Simone Canale

In tempi di dittatura mediatica i libri, quelli fatti di carta e inchiostro, sono ancor più compagni e beni preziosi e le biblioteche presidi di democrazia da difendere ed estendere. Nel silenzio del luogo dove per vocazione le parole trovano casa e assumono voce e corpo, si incontrano gli autori assenti e i lettori attenti, si educa alla libertà intellettuale e civile, ai valori desueti del lento e paziente ascolto dell’altro.

Franco Venturi (1914-1994), storico e profondo conoscitore della cultura e della politica del Settecento, riporta nella prefazione al primo volume di una delle sue più importanti opere, Settecento riformatore, una riflessione attenta sullo stato delle biblioteche in Italia. Era il 1968, l’Italia cresceva economicamente e si poteva a pieno diritto riflettere sul rilancio della cultura italiana. Secondo lo storico, « l’Italia è […] uno dei Paesi in cui è più difficile e faticoso giungere a contatto con i testi», e le biblioteche sul territorio nazionale sono di «difficile accesso quanto la biblioteca di Babilonia di Borges e sono insieme depositi nei quali le tracce del passato possono più facilmente obliterarsi, rovinarsi e scomparire».[1]

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Quando la Venere Medicea di Cleomene viveva a Palermo

di Pietro Simone Canale

Napoleone Bonaparte, nella sua prima visita a Firenze nel 1796, era rimasto affascinato dall’opera di Cleomene, la cosiddetta Venere Medicea, oggi ancora conservata nella Galleria degli Uffizi (1), tanto da volerla ad ogni costo a Parigi e «di fare nel Museo un matrimonio dell’Apollo di Belvedere  (2) colla Venere Medicea» (3).

Non solo la Venere dei Medici di Cleomene: molti altri capolavori trovarono “rifugio” in Sicilia

A quel tempo era direttore della Real Galleria granducale il cavalier Tommaso Puccini (Pistoia, 1749-Firenze, 1811), il quale non nascondeva la preoccupazione per quanto poteva accadere alle collezioni fiorentine, visti i resoconti delle requisizioni di Milano, Parma, Modena, Bologna, Verona, Venezia, Mantova, Perugia e Foligno. I timori erano più che giustificati. Continua a leggere

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Buccellato o cucciddatu? Qualche idea sull’origine del nome del dolce siciliano natalizio

di Pietro Simone Canale

Il cuccidatu è uno dei dolci siciliani tipici del periodo natalizio. Fatti di pasta frolla e di un delizioso ripieno di fichi secchi, mandorle e cioccolato, si prestano alla lunga conservazione. Non chiara rimane però l’origine del nome.

Il cucciddatu, protagonista delle festività natalizie

cucciddati, o buccellati, sono un dolce tipico natalizio della tradizione siciliana. Nascono da uno squisito connubio di materie prime di origine contadina (i fichi, le mandorle, le arance), di golosità (il cioccolato), e di croccantezza (il biscotto che avvolge il ripieno).
Come ogni piatto della tradizione, è difficile stabilire con esattezza la ricetta, poiché essa si trova in versioni differenti nelle varie parti dell’isola e ognuno rivendica l’originarietà della propria. Non mancano, infatti, le varianti con il ripieno di fichi secchi, con o senza zuccata (la zucca candita), con le mandorle al posto dei fichi secchi, o la marmellata di cedro, l’uva passa, i pinoli, o ancora la conserva di mele cotogne;  addirittura il melone giallo. Non esiste neppure una versione “ufficiale” per quanto riguarda l’aspetto: presso le pasticcerie e le panetterie siciliane non mancano il buccellato a forma di grande ciambella, lucido e decorato con frutta candita e diavolini colorati, oppure i cucciddatieddi ricoperti di glassa o di zucchero a velo. L’unica cosa sulla quale non si discute è il ruolo del dolce all’interno della tradizione natalizia siciliana: immancabile dopo i lauti pasti delle festività e tentazione irrefrenabile nei tempi morti o tra una tombola e un gioco di carte. Continua a leggere

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