Timar: un termine che potremmo tradurre come feudo, e che anche gli occidentali dell’epoca a volte descrivono come una concessione fatta «in forma come dire feudale», ma in realtà è piuttosto un’eredità del vecchio sistema statale bizantino. Si tratta di una quota della riscossione fiscale: il guerriero che si è distinto e che merita d’ora in poi di essere mantenuto con uno stipendio dal sultano riceve un villaggio o diversi villaggi di contadini, dopodiché va a stabilirsi sul posto e diventa l’uomo che riscuote le tasse e le incamera. Le tasse dunque anziché andare al tesoriere a Costantinopoli vengono riscosse direttamente dal guerriero, che a quel punto certo assomiglia un po’, se vogliamo, al signore del villaggio nell’Occidente medievale, ma in realtà è stato nominato dal sultano e non è il padrone di quegli uomini, è soltanto l’uomo che vive delle loro tasse. In cambio si impegna a mettere a disposizione la sua sciabola: infatti il timar di base, quello che impegna un solo guerriero, si chiama proprio «timar di sciabola»; si possono concedere dei timar più redditizi a uomini più importanti, i quali si impegnano a mettere in campo, quando il sultano chiama, diversi guerriere a cavallo, a seconda della quantità di ricchezza che hanno ottenuto. Chiunque si distingue in guerra può sperare di ottenere timar, per cui rimane nella società ottomana questo aspetto del vecchio mondo dei nomadi abituati ad arricchirsi con la razzia (A. Barbero, Il divano di Istanbul, Roma, GEDI, 2021, pp. 80-81).