Rivoluzione dei prezzi: L’espressione […] entrò nell’uso degli studiosi di storia economica nella seconda metà dell’Ottocento. Con essa s’indicava il lungo periodo di aumento dei prezzi verificatosi nella seconda metà del Cinquecento e nei primi decenni del Seicento parallelamente all’arrivo di metalli preziosi dalle Americhe. Già negli ultimi decenni del Cinquecento Jean Bodin e alcuni teologi di Salamanca e Siviglia avevano collegato l’aumento della massa monetaria e la lievitazione dei prezzi. In seguito questa relazione fu ripresa o riscoperta in modo autonomo da economisti come William Petty, Richard Cantillon, Adam Smith e Karl Marx. Della nascita di una vera e propria storiografia sulla rivoluzione dei prezzi si può parlare, però, soltanto dalla fine del XIX secolo (con Rogers, D’Avenel, Wiebe, Soetbeer e Haring). Una forte accentuazione dell’interesse per questi temi si ebbe a partire dagli anni Trenta soprattutto in conseguenza dei lavori di François Simiand e di Earl J. Hamilton. Hamilton in particolare riuscì a ricostruire sia serie più attendibili di quelle fino ad allora a disposizione relative ai prezzi spagnoli, sia il movimento degli arrivi di metalli preziosi in Spagna (in particolare argento dalla miniera peruviana di Potosì). Sulla base di questi studi Hamilton e altri proposero una ricostruzione della storia economica del Cinquecento in cui il fenomeno monetario era il primum movens. Secondo questa ricostruzione monetaria, l’arrivo di metalli preziosi avrebbe provocato una perdita di valore della moneta (metallica) rispetto ai prodotti presenti sul mercato: una svalutazione della moneta, come sempre accade quando di un bene ce n’è in abbondanza rispetto ad altri che rimangono stabili. I prezzi sarebbero saliti proprio per questa ragione. Questo meccanismo era già chiaro nella seconda metà del Cinquecento allo spagnolo Luís de Molina, che lo illustrava in questi termini: «così come l’abbondanza delle merci ne fa abbassare i prezzi (se rimane eguale la quantità di moneta e il numero dei mercanti), l’abbondanza del denaro produce il rialzo dei prezzi (se restano eguali la quantità delle merci e il numero dei mercanti). Ciò si spiega perché il denaro stesso vale meno nell’acquisto e in rapporto alle altre merci. Pertanto noi vediamo che in Spagna, a causa della sua abbondanza, il potere di acquisto della moneta è inferiore di molto a quello di 80 anni or sono: un bene che poteva essere a quel tempo comperato per 2 ducati, adesso vale 5 o 6 o anche più volte».[1] I salari, sempre secondo la ricostruzione monetaria della storia economica cinquecentesca, sarebbero diminuiti perché incapaci di tenere il passo dei prezzi in aumento. Anche le rendite, molto spesso fissate per diversi anni di seguito, durante i quali i prezzi agricoli crescevano, avrebbero perso potere d’acquisto. I gruppi sociali dei salariati e dei proprietari fondiari si sarebbero indeboliti. Il profitto dei mercanti e dei grossi fittavoli, derivante dalla differenza tra prezzi di vendita e salari o tra prezzi e rendite, si sarebbe accresciuto favorendo la formazione del capitale e consolidando la forza dei gruppi sociali intermedi fra i lavoratori e i grandi proprietari fondiari: gruppi borghesi, si diceva. La conseguenza sarebbe stata la crescita dell’economia. Il contrario avveniva – secondo questa ricostruzione – quando i prezzi diminuivano, come nel Seicento, in conseguenza del diminuito afflusso – si pensava – di metalli preziosi dalle Americhe. I salari e le rendite, in questa nuova cornice, resistevano meglio, mentre i profitti si riducevano e con essi si riduceva l’accumulazione del capitale e la crescita dell’economia. Numerosi storici seguirono questa impostazione fino a tutti gli anni Cinquanta. Poi fu gradualmente abbandonata. Le critiche rivolte al concetto di rivoluzione dei prezzi e all’interpretazione monetaria a esso collegata sono state di varia natura. Ricordiamone solo alcune: 1. si trattò di una rivoluzione poco rivoluzionaria, dal momento che i prezzi salirono nel Cinquecento del 2 per cento circa all’anno (siamo abituati oggi a ben altre rivoluzioni dei prezzi); 2. gli arrivi di metalli preziosi dalle Americhe non seguirono il trend ricostruito da Hamilton (era stato sottovalutato sia il ruolo delle miniere peruviane minori che anche il rilievo degli arrivi d’argento fuori dalla Spagna); 3. nel Seicento non si ridusse l’afflusso d’argento in Europa; 4. fu molto più l’aumento demografico che l’argento a provocare la crescita dei prezzi (già nella seconda metà del Quattrocento, infatti, i prezzi cominciarono a crescere in rapporto con la ripresa della popolazione); 5. le teorie monetarie sopravvalutano il ruolo della moneta e dei prezzi nell’economia preindustriale (sappiamo oggi molto meglio di qualche decennio fa quanto rilevante sia il volume della produzione consumata nella forma dell’autoconsumo e di quella che circola al di fuori dei circuiti del mercato) (P. Malanima, Economia preindustriale. Mille anni: dal IX al XVIII secolo, Milano, Bruno Mondadori, 2000, pp. 404-405).
[1] A. De Maddalena, Moneta e mercato nel ‘500. La rivoluzione dei prezzi, Firenze, Sansoni, 1973, p. 102.