Povertà

– P –

Povertà: Condizione reale involontaria e a un tempo volontaria scelta ideologica, la povertà e il dibattito su di essa costituì uno dei temi caldi della riflessione religiosa medievale, che le contrappose i concetti di proprietà e di ricchezza quali impedimenti alla realizzazione dello stato di perfezione cristiana. Evocato nel sistema comunitario attuato dalla primitiva comunità apostolica di Gerusalemme, l’uso «povero» della vita e delle risorse necessarie per una sopravvivenza semplice e priva di qualsiasi forma di proprietà individuale fu una delle idee guida della prima esperienza cristiana, e a questo statuto «pauperistico» liberamente assunto si ispirarono tutti i pensatori cristiani delle origini nel proporre i modelli più aderenti all’esempio del Cristo. Divenuta in questa prospettiva strumento principe per il conseguimento della vita perfetta – e quindi non condivisibile da parte di tutta la comunità cristiana – la scelta volontaria della povertà nei casi più estremi o l’uso comunitario – non personale – dei beni furono parte del bagaglio ideale delle prime esperienze monastiche. Questo non escluse la possibilità di una evoluzione patrimoniale della Chiesa, sia nelle sue strutture secolari che in quelle regolari, visto che le risorse economiche da essa gestite erano indispensabili non solo alla sopravvivenza dei religiosi ma anche al mantenimento delle funzioni «pubbliche» di assistenza ereditate dalle istituzioni ecclesiastiche nella crisi del sistema statale romano. Al centro di vaste proprietà fondiarie sia i monasteri che le chiese secolari parteciparono del sistema di produzione – essenzialmente rurale – del mondo altomedievale, e all’interno della fondamentale staticità economica che lo caratterizzò, anche l’accumulo patrimoniale ecclesiastico non fu percepito come contraddittorio rispetto alla tradizione evangelica. Questa situazione era destinata a mutare radicalmente con le trasformazioni indotte dalla rinascenza economica e produttiva realizzatasi a partire dall’XI secolo quando, specialmente nel mondo urbano, la forbice tra ricchezza e povertà andò allargandosi, rivelando l’esistenza di larghe fasce di indigenti e di marginali per i quali si rivelavano insufficienti le strutture solidaristiche della Chiesa e inadeguato il sistema di tassazione (decime) da essa elaborato per sostenerle. Il dibattito sulla liceità della ricchezza trovò spazi sia negli ambienti ecclesiastici – e in particolare nel mondo monastico che aveva sempre ritenuto «perfetta» la severa conduzione pauperistica della vita adottata dagli eremiti – sia negli ambienti laicali, dove gli ideali di adesione letterale all’esempio evangelico si poggiavano proprio sul modello povero e comunitario offerto dall’esperienza apostolica. Buona parte dell’inquietudine religiosa determinatasi tra XI e XII secolo identificò nella ricchezza e nella secolarizzazione della Chiesa la causa principale della sua corruzione, e il fermento pauperistico stimolò, oltre che l’eversione spirituale, anche il rinnovamento ecclesiale, giustificando l’origine di nuovi ordini religiosi votati alla più stretta povertà e al divieto di ogni forma di proprietà (Ordini mendicanti). Francesco d’Assisi in particolare, con il suo commercium (rapporto carnale) con la povertà, avrebbe dato volto e dirompente forza esemplare alla mimesi evangelica dei nuovi poveri volontari, anche se ben presto la spinta innovativa del suo ordine si sarebbe attenuata nell’incontro-scontro con le istituzioni. Dalla progressiva perdita di tensione pauperistica doveva infatti originarsi non solo lo «scisma» interno che travolse la vita francescana nella polemica tra spirituali e conventuali, ma anche una crisi di valori che coinvolse l’intera società tardomedievale, ormai avviata sulla via del collasso economico delle crisi che nel XIV secolo dovevano portare alla caduta dei grandi sistemi universali (papato e impero). Associata alle ansie apocalittiche, quella della povertà divenne la «questione» per antonomasia nel dibattito religioso alla vigilia dell’età moderna, debordando, dalle aule universitarie ove già nel Duecento aveva animato le controversie tra i padri della scolastica, nelle piazze dove si ammassava la folla urbana dei poveri involontari e dei marginali o nei campi attraversati dalla furia delle rivolte contadine (Alcune parole chiave della storia medievale, in Storia medievale, lezioni di E. Artifoni et al., Roma, Donzelli, 1998, pp. 705-706).

 

Torna al Dizionario storico

Torna alla Home