Povero: Ogni società ha i suoi poveri. Non ci sono società senza poveri. Essendo la povertà fenomeno universale, non esiste una definizione di “povero” che valga per ogni tempo e per ogni regione. Scriveva alla fine del Cinquecento il francese Jean Burel de Puy che poveri sono quelli che «non sanno come guadagnare il pane per sé e per i propri figli» (citato in J.-P. Gutton, La società e i poveri, Milano, A. Mondadori, 1977, p. 60). Alla massa dei poveri appartenevano, dunque, a suo giudizio, coloro che non disponevano di un reddito sufficiente per far fronte al fabbisogno proprio e della propria famiglia in quanto mancavano di un’attività lavorativa svolta con continuità. Erano perciò costretti a ricorrere alla carità. Se si accetta questa definizione, sembra che nei secoli dal XIV al XVIII il numero dei poveri abbia costituito all’incirca il 10 per cento della popolazione. Questo livello consueto della povertà veniva elevato da ricorrenti onde in occasione delle crisi originate per lo più da cattivi raccolti. Il cattivo raccolto, riducendo i beni alimentari a disposizione e riducendo perciò anche la domanda di beni industriali, aveva come conseguenza una diminuzione dei redditi e un aumento della disoccupazione. I poveri, in queste occasioni, crescevano di numero fino a toccare il 20, 30, 50 per cento della popolazione (C. M. Cipolla, Fluttuazioni economiche, pauperismo e intervento pubblico nell’Italia del Cinque e Seicento, in Le tre rivoluzioni e altri saggi di storia economica, Bologna, Il Mulino, 1989, pp. 381-394). Ai poveri strutturali si aggiungevano, per così dire, i poveri congiunturali. Molti elementi indiretti farebbero supporre che il numero dei poveri strutturali si sia elevato durante il tardo Medioevo. Si mantenne poi intorno al 10 per cento della popolazione durante tutta l’età moderna. In rapporto a questo incremento numerico si venne modificando anche la considerazione sociale del povero. Scomparve la visione idealizzata del povero come rappresentante di Cristo, comune agli ambienti monastici del Medioevo. Allora la povertà veniva vista come socialmente utile: «Per i ricchi l’elemosina fatta ai poveri è una delle vie possibili di salvezza. Per i poveri l’umiltà e la rassegnazione sono mezzi per guadagnarsi il paradiso» (J.-P. Gutton, La società e i poveri, cit., p. 78). Questa concezione fu sostituita con quella della povertà come minaccia sociale. Mancando il povero di un’attività lavorativa svolta con continuità, mancando spesso di un’abitazione, essendo costretto al vagabondaggio, esso cominciò a essere considerato come un possibile criminale, un truffatore, un pericolo per la società tutta (B. Geremek, Mendicanti e miserabili nell’Europa moderna (1350-1600), Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1985). Proprio per questo motivo la legislazione nei confronti dei poveri, dei mendicanti, dei vagabondi divenne sempre più costrittiva. Dal momento che il povero era un pericolo sociale, si riteneva che esso dovesse essere segregato dal resto della società. Si organizzarono a questo fine forme di reclusione come gli ospizi, le case di correzione, le case di lavoro. Le strutture economiche e il movimento delle attività produttive, pur non essendo le sole cause della povertà, contribuiscono in misura notevole a determinarne il livello. Dobbiamo dunque chiederci per quali motivi economici la povertà s’impose come problema sociale alla fine del Medioevo e in tutta l’età moderna. A questa domanda si può innanzi tutto fornire, come del resto è stato fatto spesso, una spiegazione di carattere malthusiano. L’economia europea si avvicina già all’inizio del Trecento e ancor più durante il Cinquecento ai limiti di saturazione rispetto alle risorse disponibili sfruttate sulla base delle conoscenze tecniche del tempo. È evidente che questa situazione genera povertà dal momento che i redditi di tutti si riducono e le frange più esposte della popolazione si trovano in una condizione più vulnerabile: le occasioni d’impiego si contraggono e si riducono i redditi che si possono trarre dall’attività svolta. Il numero dei poveri cresce. Con esso crescono anche le tensioni sociali. Le ideologie consuete riguardo alla povertà si rivelano insufficienti di fronte al fenomeno, nuovo per caratteri e per ampiezza. Vengono perciò sostituite con altre di tipo più repressivo. Inizia la “grande reclusione”. Questo tipo di spiegazione coglie una parte di verità. Da sola è però insufficiente a rendere conto del problema nel suo complesso. Soprattutto essa non riesce a spiegare perché il fenomeno della povertà non solo non si attenua, ma anzi forse si accentua durante il Settecento e anche nel primo Ottocento, quando cioè le resistenze ambientali derivanti dai limiti delle risorse disponibili vengono rimosse grazie ai progressi nella dotazione di energia e nelle tecniche del suo sfruttamento. La spiegazione malthusiana risulta più convincente se integrata con un’ottica marxiana. Karl Marx riteneva che il problema della disoccupazione e del pauperismo non derivasse, come pensava invece Thomas R. Malthus, dall’aumento della popolazione. A suo giudizio, esso affondava le radici nel funzionamento stesso delle leggi antagonistiche dell’economia. In questa prospettiva per l’epoca preindustriale si potrebbe allora affermare che la popolazione in aumento, da sola, non avrebbe potuto generare la povertà. Il fatto è che essa si accompagnava allora a una crescente mercantilizzazione dell’economia che esponeva sempre di più la famiglia contadina alle vicissitudini degli scambi. La perdita della terra, di cui le famiglie contadine erano vittime sempre più spesso; la riduzione delle fonti di reddito provenienti dalle terre comuni del villaggio; la necessità di ricorrere al lavoro salariato; la riduzione dell’economia di sussistenza e la crescita degli acquisti di prodotti sul mercato: questi e altri erano i fenomeni di lungo periodo che rendevano la famiglia contadina più vulnerabile. In un’economia di sussistenza basata sull’autoconsumo possono esistere forme di “disoccupazione nascosta”. Queste svaniscono quando il funzionamento dell’economia contadina è travolto dallo scambio e dal mercato. La “disoccupazione nascosta” si trasforma allora in povertà vera e propria (P. Malanima, Economia preindustriale. Mille anni: dal IX al XVIII secolo, Milano, Bruno Mondadori, 2000, pp. 527-529).