Moneta

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Moneta: Premesso che concettualmente e storicamente è moneta tutto ciò che viene accettato, in un certo territorio, come mezzo di scambio e di pagamento, ricordiamo che il medioevo ereditò dall’Impero romano un sistema basato su moneta d’oro, d’argento e di lega, generalmente di rame, destinate a soddisfare le esigenze quotidiane della vita urbana: la tesi di una forte decadenza della vita urbana nell’alto medioevo occidentale può trovare una conferma nel fatto che, tranne che in Sicilia, la coniazione regolare di moneta di rame cessò dal VI secolo. Analogamente la progressiva cessazione della coniazione di moneta d’oro, prima in Inghilterra, in Spagna e in Gallia, poi anche in Italia dalla fine dell’VIII secolo e il conseguente monometallismo argenteo proprio della riforma monetaria di Carlomagno sono stati interpretati, generalmente, come una prova della fine del grande commercio. Sempre per l’alto medioevo, vanno ricordati il forte valore simbolico delle monete (Teodorico faceva battere moneta d’argento col proprio nome, ma soldi d’oro con l’immagine dell’imperatore di Costantinopoli) e l’importanza riconosciuta da diversi storici al dono (in Britannia le monete cessarono di essere utilizzate come mezzo di pagamento nella prima metà del V secolo e non se ne coniarono altre fino al VII secolo avanzato, ma questo non significò la scomparsa degli scambi, anche a lunga distanza). Carlomagno dette alla lira/libbra il valore di venti soldi e a ogni soldo quello di dodici denari; la lira resterà la moneta di conto per tutto il medioevo e ben oltre. Mentre nell’Impero romano d’Oriente la moneta fondamentale del sistema rimase quella d’oro, erede del solidus, come pure in gran parte del mondo islamico, in Occidente, salvo qualche moneta di imitazione de dinar musulmano – dagli europei chiamato mancuso per fraintendimento dell’aggettivo arabo manqush = inciso – magari non legate a scambi di tipo commerciale, bensì destinate a donazioni di prestigio, l’unica moneta battuta era ormai il denaro d’argento. D’altronde non è sempre facile capire in un documento altomedievale che ricordi pagamenti in moneta, se questi venivano poi effettivamente effettuati o se la moneta serviva soltanto come misura del valore. Con la rivoluzione commerciale dell’XI secolo l’attività delle zecche cittadine, signorili, regie, riprese fortemente; per soddisfare le accresciute esigenze del commercio a lunga distanza si ebbe prima la coniazione di denari grossi d’argento (XII secolo) e, poi, il ritorno al bimetallismo con gli augustali di Federico II, peraltro ancora legato al sistema monetario musulmano, e più con i fiorini d’oro di Firenze e i genovini d’oro di Genova, coniati dalle due grandi città nel 1252. Il fiorino si affermò come la moneta di riferimento e molto spesso come il mezzo effettivo di pagamento, sì che felicemente esso è stato chiamato il «dollaro del medioevo». Per la storia monetaria del medioevo ha, naturalmente, grande importanza lo studio delle attività minerarie e dei flussi dei metalli preziosi, come quello dell’oro subsahariano che raggiungeva l’Africa mediterranea attraverso le vie carovaniere del deserto. Una carenza di metallo prezioso è spesso riconosciuta tra i fattori della cosiddetta «crisi del Trecento», ma è bene ricordare che gli uomini d’affari, soprattutto italiani, reagirono inventando forme di trasferimento di denaro in maniera cartacea, come l’assegno, per esempio, o la lettera di cambio che veniva negoziata in tutte le principali città mercantili europee (Alcune parole chiave della storia medievale, in Storia medievale, lezioni di E. Artifoni et al., Roma, Donzelli, 1998, pp. 702-703).

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