Monaco/monachesimo: Derivato dal greco monos (solo), il termine designa un tipo di esperienza spirituale caratterizzata dalla ricerca della solitudine interiore realizzata attraverso l’abbandono del mondo e l’allontanamento dalle passioni terrene. Questa particolare forma di ascesi (esercizio) religiosa, in cui il mondo ellenistico compendiava influssi provenienti sia dal contiguo bacino culturale orientale, sia dalle scuole filosofiche del mondo greco, sia dalle comunità «integraliste» ebraiche, sarebbe divenuto nell’Occidente tardoromano una delle più vivaci forze di quel mondo in trasformazione. Originatosi nell’Egitto del III secolo tra gli ambienti cristiani più poveri e incolti, si caratterizzò per le sue estremistiche e bizzarre soluzioni penitenziali oltre che per la sua sostanziale ostilità nei confronti delle speculazioni intellettuali. La sua fortuna nei deserti suburbani mediorientali avrebbe popolato quelle inospitali solitudini di uomini in fuga dai rumori del mondo alla ricerca di una silenziosa unione dello spirito con Dio; in greco li si chiamò «anacoreti», mentre il mondo latino tradusse questo termine con «eremiti» o «solitari», associando indissolubilmente questo tipo di esperienza al nome di uno dei suoi patriarchi: sant’Antonio (IV secolo), animatore delle prime forme coordinate di anacoretismo dei deserti egiziani in cui era nato (Fayum e Pispir). Gli estremismi pauperistico-ascetici dell’anacoretismo delle origini dovevano mitigarsi entrando in contatto con gli ideali di moderazione delle colte aristocrazie urbane di quelle zone, le stesse che espressero i padri del pensiero cristiano in quel fecondo periodo spirituale. Essi si fecero interpreti di una mediazione tra le severità individuali dell’ascesi solitaria e le solidarietà corali della vita comunitaria già proposte nel modello evangelico. Questa formula intermedia (cenobitismo), cui dettero un contributo fondamentale, al di là delle norme stabilite dal suo padre storico, san Pacomio (metà del IV secolo), gli scritti e le esortazioni di san Basilio vescovo di Cesarea di Cappadocia, ebbe una fortuna straordinaria sia in Oriente sia in Occidente. Alla diffusione del cenobitismo di origine orientale, sia pure riletto alla luce dei contesti occidentali, doveva corrispondere in Europa l’affermazione di un’altra esperienza monastica: quella che si era venuta maturando nelle «diversità» culturali dell’Irlanda. La fioritura del monachesimo celtico precedette la diffusione di quello che sarebbe divenuto il modello monastico per eccellenza nel mondo occidentale: quello benedettino, con il quale tuttavia lungamente convisse, prima di finire inglobato in esso nel più generale e tardivo contesto di un’evoluzione istituzionale del monachesimo all’insegna di quella regola. La storiografia recente ha molto ridimensionato il ruolo «fondatore» di Benedetto da Norcia nella genesi del monachesimo occidentale, restituendo a lui e alle sue norme la loro effettiva dimensione nel contesto delle numerose sperimentazioni monastiche dell’età tardoantica. La regola che Benedetto redasse nel 540, in un’epoca in cui egli era ormai vecchio (era nato infatti nel 480 e nel 543 moriva) è una tra le molte che circolavano in quegli anni. La sua stessa vicenda biografico-spirituale, del resto, non si era discostata molto da quella di altri fondatori di comunità monastiche del tempo: eremita alle origini del suo percorso ascetico, nelle solitudini del Subiaco, in seguito all’afflusso di compagni di penitenza si era trasferito nel 529 a Montecassino dove, assumendo la responsabilità abbaziale, dette vita a un’esperienza cenobitica caratterizzata da una forte integrazione tra la componente contemplativa e quella attiva. Per quanto non si trattasse di una novità, nell’elaborazione di Benedetto il comune lavoro dei monaci divenne non solo fondamentale risorsa di sopravvivenza ma anche condizione necessaria per l’ordinato sviluppo di una coerente vita spirituale, complemento indispensabile allo sviluppo della solidarietà fraterna. Grazie a una serie di congiunture, non ultimo il risalto a esso dato da papa Gregorio Magno, al monachesimo benedettino spettò un preciso ruolo di «bonifica» morale e materiale all’interno del differenziato panorama religiosa dell’Italia longobarda e in generale dell’Europa. In età gregoriana le fondazioni benedettine usufruirono di una quantità di esenzioni che le posero al di fuori delle possibile interferenze delle autorità territoriali, fossero esse civili o religiose, e che consentirono loro, tra l’altro, di agire da catalizzatori nella crisi della piccola proprietà rurale determinatasi nella decadenza del tardo impero. Tra VII e VIII secolo esse si diffusero in tutta Europa divenendo poli di una dinamica insediativa che non si limitò agli aspetti strutturali della riorganizzazione della produzione rurale ma interferì profondamente nel «sistema» socio-culturale del mondo altomedievale. Questa rapida diffusione non escluse la duratura fortuna delle altre formule di vita regolare, da quella celto-irlandese alla basiliana che particolarmente nell’Italia meridionale e in Sicilia mantenne stretti contatti col mondo orientale e con la chiesa greca. Così come l’organizzazione del clero secolare ebbe il suo fulcro in aree urbane, il monachesimo privilegiò quelle rurali e si prestò a consentire un diverso sistema di organizzazione territoriale, adattandosi spesso alle necessità strategiche imposte dalle nuove distrettualizzazioni militari e amministrative. Profondamente incardinato nel sistema economico e giuridico del mondo feudale, il monachesimo assolse a una quantità di funzioni rispetto alla società che lo aveva prodotto, divenendo strumento di una razionalizzazione dei patrimonio erariali tesa a salvaguardare aree strategiche importanti, come quelle di strada, dalle privatizzazioni e dalle appropriazioni indebite dell’aristocrazia. In questo modo alcuni monasteri (detti «regi») divennero delle isole giurisdizionali protette dall’autorità di re e di papi al centro di vastissimi comprensori territoriali e spesso in condizione di esercitare un controllo effettivo su di essi. Nella crisi di poteri pubblici che seguì allo sfaldamento dell’Impero carolingio questo sistema di «immobilizzazione» di ricchezze fondiarie sotto l’egida della chiesa fu mutuato dalla grande aristocrazia che ne fece uno strumento per erodere beni pubblici e privatizzarli entro l’amministrazione di un ente religioso «controllato». Donando alla Chiesa terre di concessione regia, infatti, anche un signore poteva congelare un patrimonio non suo ponendolo a dotazione di un monastero sul quale si assicurava la supremazia amministrativa e gestionale mediante l’esercizio di un diritto di patronato che gli consentiva, con il controllo sulla nomina dell’abate, anche quello delle risorse. In questo modo era possibile «investire» nella fondazione regolare non solo risorse patrimoniali di natura pubblica e privata, ma anche umane, avviando membri della famiglia verso la vita monastica (questo avveniva in particolare per le donne) e favorendo, mediante la fortificazione della struttura, anche quel processo di attrazione verso il monastero di contadini e lavoranti che avrebbero consentito lo sfruttamento delle risorse agricole. Attraverso questi e altri canali il monastero diveniva spesso un centro gravitazionale attorno al quale si sviluppava un sistema socialmente ed economicamente dinamico che in molti casi rivitalizzava o creava ex novo condizioni di sviluppo economico e territoriale, promuovendo nuovi ambiti di viabilità e quindi di scambio sia merceologico che culturale. Funzionale dapprima alla riorganizzazione territoriale del potere regio in età carolingia, utile poi all’esproprio giurisdizionale compiuto ai danni dell’impero dall’aristocrazia maggiore, il sistema monastico sarebbe infine divenuto necessario anche all’affermazione di quella medio-piccola nel tormentato XI secolo, prestandosi alle rivendicazioni politico-militari della emergente nobiltà di rango inferiore. Il mondo monastico fu la fucina in cui si elaborano gli ideali che avrebbero prodotto la riforma con cui la chiesa dell’XI secolo avviava la progressiva separazione dei propri interessi spirituali e politici dai condizionamenti imposti dalla società laica, iniziando quel percorso di affermazione che avrebbe portato alle scelte teocratiche del papato nei confronti dell’impero e in genere del potere secolare. Frutto di queste stesse istanze di rinnovamento sarebbe stata una riforma del mondo monastico volta a superarne il limite principale: quello costituito dalla natura «insulare» di ciascun monastero che, pur condividendo con altri regole o consuetudini, restava da essi separato, al centro di un proprio sistema economico e di potere in larga misura condizionata dall’habitat socio-politico di cui era parte. La necessità di sottrarre il mondo monastico a queste interferenze doveva portare da una parte ad adattare alla situazione monastica la condizione giuridica dell’esenzione – con essa si scioglievano i vincoli di dipendenza dall’autorità ecclesiastica locale, costituita dal vescovo, mediante la diretta soggezione al papa – dall’altra a estendere questa formula, portatrice di larghe autonomie giurisdizionali, a più monasteri connessi dalla comune appartenenza regolare. La prima sperimentazione del genere partiva nel X secolo dal monastero di Cluny, in Borgogna, il quale non solo nasceva immune dalla giurisdizione dell’ordinario locale, ma poteva estendersi, con questi nuovi caratteri di autonomia, anche attraverso una serie di filiazioni da esso dipendenti. Si configurava così la formula della congregazione monastica che avrebbe consentito di legare in una rete di dipendenze variamente articolate un monastero di fondatore ad altri istituti regolari che intendevano sottoporsi allo stesso regime di consuetudini derivate dall’originaria matrice benedettina. Dislocate sul territorio in ragione di una precisa politica di penetrazione e di sviluppo, le congregazioni monastiche avrebbero dato spesso caratteri culturali propri alla loro rete di istituzioni, favorendo scambi e interpretazioni importanti sia sul piano forma della tipologia edilizia sia su quello della circolazione libraria o di oggetti materiali. Mediante questa «rivoluzione» l’antica dimensione insulare del mondo benedettino si trasformava in una importante «rete» attraverso cui sarebbero state veicolate le idee guida di quella rinascenza culturale che caratterizzò i secoli XI e XII del medioevo europeo. Le varie consuetudini regolari che svilupparono il modello giuridico delle congregazioni furono per lo più rivisitazioni e riforme della regola di san Benedetto: così i cluniacensi, i cistercensi, i certosini, i vallombrosani, i camaldolesi (Alcune parole chiave della storia medievale, in Storia medievale, lezioni di E. Artifoni et al., Roma, Donzelli, 1998, pp. 700-702).