Mercantilismo. Colbertismo: Politica economica sei-settecentesca, sia monarchica (in Francia colbertismo) sia repubblicana (ad esempio in Olanda) fondata sulla centralità del commercio internazionale e della quantità di denaro posseduta da ogni paese, quindi dell’auspicata prevalenza delle esportazioni sulle importazioni. Forte intervento dello Stato nell’economia, con protezione doganale, creazione di settori privilegiati o sovvenzionati, o addirittura di proprietà statale, nella produzione e nel commercio (P. Viola, L’Europa moderna. Storia di un’identità, Torino, Einaudi, 2004, pp. 355-356).
Mercantilismo: La dottrina secondo la quale la ricchezza di uno Stato consisteva nella capacità di attirare e/o trattenere quanto più denaro o metallo prezioso possibile, limitando per questo le importazioni e promuovendo la produzione di merci per permettere un flusso monetario in entrata a spese di altri paesi (V. Lavenia, 1660. Lo Stato sono io: la Francia e l’Europa del tardo Seicento, in Introduzione alla storia moderna, a cura di Marco Bellabarba e Vincenzo Lavenia, Bologna, Il Mulino, 2018, p. 359).
Mercantilismo: Del mercantilismo sono state date definizioni diverse, a seconda che l’attenzione sia stata rivolta alle dottrine economiche che ne costituiscono il fondamento teorico, oppure agli orientamenti pratici di politica economica che si svilupparono accanto a tali dottrine. Tenendo conto dei due aspetti il mercantilismo potrebbe essere definito come il complesso delle dottrine e dei comportamenti nell’economia miranti al rafforzamento e alla maggiore efficienze dello stato che furono caratteristici di numerose aree dell’Europa fra la fine del Cinquecento e la prima metà del XVIII secolo. Si ritiene di solito che possano essere considerati autori mercantilisti: Bernardo Davanzati, Jean Bodin, Giovanni Botero, Gerard Malynes, Antonio Serra, Antoine de Montchrétien, Thomas Mun, Edward Misselden, Josiah Child, William Petty, Germiniano Montanari, Nicholas Barbon, Pierre Le Pesant de Boisguilbert, Charles Davenant, John Law, Sébastien le Preste de Vauban e i cameralisti tedeschi e austriaci (Johann Joachim Becher, Philipp W. Von Hörnigk, Wilhelm von Schröder, Georg Heinrich Zincke, Johan Heinrich Gottlob von Justi, Joseph von Sonnenfels). Il termine mercantilismo fu coniato alla fine dell’Ottocento da economisti tedeschi (tra i quali spicca Gustav von Schmoller). Adam Smith e altri economisti del Settecento avevano parlato solo di una “scuola mercantilista”. In realtà il mercantilismo più che come una scuola va considerato come un orientamento comune a pensatori e uomini politici con posizioni peraltro diversissime. Nonostante le diversità tra autore e autore, alcune dottrine ricorrono e ne costituiscono i capisaldi. 1. La ricchezza e l’aumento dei beni materiali costituiscono fini desiderabili. Il mercantilismo esprime per la prima volta in forma chiara e coerente l’obiettivo della desiderabilità dello sviluppo economico. Si tratta di un cambiamento importante nel pensiero economico, che in precedenza, spesso sotto l’influsso di dottrine religiose, aveva considerato in modo negativo la vita di questo mondo e gli sforzi per migliorarla in contrapposizione alla vita nell’altro. 2. Dal momento che la ricchezza complessiva di tutti non sembra aumentare, allora si può diventare più ricchi solo a svantaggio degli altri. Jean-Baptiste Colbert calcolava per esempio che il volume dei traffici europei non potesse aumentare nel suo complesso. Solo quello di una nazione avrebbe potuto accrescersi sottraendo mercati e occasioni di scambio agli altri. Scriveva nel 1669: «in base a quanto si conosce e dopo scrupolosa indagine si può affermare senza dubbio che il commercio di tutta l’Europa viene svolto da circa 20 000 navi di tutti i tipi […]. È facile vedere che questo numero non può essere accresciuto finché la popolazione in tutti i paesi e il consumo rimangono immutati». E le prospettive di aumento di popolazione e consumi erano, a dire di Colbert, irrealistiche al momento in cui scriveva. Aggiungeva che, perciò, «il commercio causa contrasti perpetui sia in tempo di pace che in tempo di guerra fra tutte le nazioni d’Europa per decidere quale di esse possa aggiudicarsi la fetta più grande».[1] Sotto questo profilo le dottrine mercantiliste sono l’espressione teorica del sistema degli stati europei; di un sistema politico strutturato non in un impero sovranazionale, ma in un complesso di stati di dimensioni medio-piccole in competizione per accrescere la propria sfera di potenza politica e dunque anche economica. Lo storico svedese Eli Heckscher parlò di «politica di potenza» a proposito della natura più profonda del mercantilismo. 3. Questa politica dovrà favorire la produzione interna di beni e soprattutto la loro esportazione: il fine è quello di vendere molto e comprare poco. Solo in questo modo avrebbe potuto essere accresciuto il benessere e la potenza di uno stato. Lo espresse bene Thomas Mun nel 1630: «Il modo usuale per accrescere la nostra ricchezza e il nostro tesoro è il commercio estero, il quale si dovrà sempre adeguare a questa regola: vendere agli stranieri ogni anno più di ciò che noi consumiamo delle loro merci. Si supponga che il nostro stato disponga di tessuti, piombo, stagno, ferro, pesce e altri prodotti interni in abbondanza, e che annualmente vengano esportate le eccedenze per il valore di due milioni e duecentomila lire sterline; grazie a queste esportazioni otteniamo i mezzi per acquistare oltremare e importare per nostro uso e consumo merci fino a due milioni di lire sterline. Rispettando sempre questa regola nel nostro commercio possiamo essere sicuri che lo stato ogni anno si arricchirà di duecentomila sterline che importeremo sotto forma di tesoro, poiché quella parte del nostro fondo che non ci ritorna in merci dovrà rientrare nel paese in moneta pregiata».[2] 4. L’afflusso di denaro all’interno grazie all’esportazione di merci stimolerà il mercato e aumenterà il benessere (ricchezza e moneta vengono spesso considerate come equivalenti). John Maynard Keynes riteneva nel 1936 che in questa convinzione mercantilistica dell’utilità di una bilancia commerciale, provocando l’afflusso di moneta, avrebbe sortito l’effetto di ridurre il saggio d’interesse (per la ragione che l’abbondante offerta di un fattore – in questo caso il capitale – ne riduce il prezzo – in questo caso l’interesse –, se la domanda di quel fattore è invariata). La riduzione del saggio d’interesse avrebbe aumentato la propensione a investire («the inducement to home investment»).[3] L’unico pericolo poteva essere che l’eccessiva spinta a investire avrebbe potuto accrescere la domanda di lavoro al punto da provocare un incremento troppo sostenuto dei salari, rendendo così non competitiva la produzione nazionale sui mercati esteri. Nel campo della politica economica l’orientamento mercantilista degli stati seicenteschi non introduceva qualcosa di radicalmente nuovo rispetto al passato. Si trattava soltanto della ripresa e generalizzazione di alcuni orientamenti già sviluppati nelle città medievali su scala più limitata con il fine di aumentare la propria sfera d’influenza economica a spese dei vicini e concorrenti. Secondo Heckscher le misure più rilevanti affermatesi nel Seicento per accrescere la potenza degli stati consistevano nell’eliminazione dei dazi interni, nella lotta contro il particolarismo interno (nelle misure e nei pesi, nelle monete, nell’amministrazione), nella creazione di regolamenti per accrescere l’efficienza dell’industria e nell’eliminazione delle corporazioni, nel rafforzamento dei commerci esterni, nella politica monetaria. Nella seconda metà del Settecento gli economisti classici condannarono severamente la politica economica e le dottrine mercantiliste come un ostacolo alla creazione della ricchezza. Solo nella seconda metà dell’Ottocento la rinascita del protezionismo in Europa indusse a una rivalutazione del mercantilismo per opera di Wilhelm Roscher e Gustav von Schmoller prima e dei loro discepoli inglesi William Cunningham e William J. Ashley più tardi. Le sue dottrine apparvero allora come razionali e adeguate ai particolari obiettivi che si volevano perseguire: autarchia nazionale e rafforzamento del potere dello stato (P. Malanima, Economia preindustriale. Mille anni: dal IX al XVIII secolo, Milano, Bruno Mondadori, 2000, pp. 412-414).
[1] E. F. Heckscher, Mercantilism, II, Londra 1935, pp. 26-27.
[2] T. Mun, England’s treasure by forraign trade, New York 1968, p. 5.
[3] J. M. Keynes, The general theory of employment, interest and money, Cambridge 1977, pp. 336.
Vedi anche A. De Maddalena, Il mercantilismo, in Storia delle idee politiche economiche e sociali. IV. L’età moderna, a cura di Norberto Bobbio, Vittorio Ivo Comparato, Aldo De Maddalena, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1980, t. I, pp. 637-704; U. Afner, Mercantilismo, trad. it. M. Kuder, https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/026191/2010-11-11/#:~:text=Il%20mercantilismo%2C%20che%20costituiva%20una,%2C%20affermatisi%20con%20l’Industrializzazione. (ultimo accesso: 25/05/2025).