Mercante

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Mercante: Il mercante (in latino mercator, negotiator) è, per definizione, colui che professionalmente si dedica alla compravendita dei beni, in quantità grandi o piccole, spostandoli alle distanze più diverse: si parlerà, allora, di piccolo o grande commercio, di commercio locale, interregionale, a lunga distanza o internazionale, e, parallelamente, di piccoli e grandi mercanti. Naturalmente, anche se le parole restavano le stesse, i significati cambiarono con i grandi mutamenti dell’economia che caratterizzarono il millennio che consideriamo. Nell’alto medioevo occidentale i mercanti, dopo la scomparsa degli operatori orientali, se non erano, salvo qualche raro caso, quegli «sradicati» della società feudale teorizzati dal Pirenne, privi della necessità un capitale da investire, certo erano degli agenti al servizio delle grandi proprietà laiche e soprattutto ecclesiastiche che, per loro incarico, provvedevano all’acquisto dei beni necessari e non disponibili e al collocamento di eventuali surplus della produzione: naturalmente questi operatori, oltre a concludere qualche piccolo affare in proprio, acquistavano anche una sempre più marcata professionalizzazione. Con la «rivoluzione commerciale» e la rinascita delle città, i mercanti acquistarono sempre maggiore solidità economica e alto prestigio sociale. Non vi è dubbio che le città della cristianità occidentale finirono con l’avere nel ceto mercantile la componente fondamentale del proprio gruppo dirigente, in tempi e limiti diversi, oggetto vivaci discussioni storiografiche; come non vi è dubbio che ci troviamo qui di fronte a una netta contrapposizione tra la città medievale e la città «antica», che aveva avuto ceti dirigenti formati quasi sempre da proprietari terrieri e sistemi di valori profondamente diversi. D’altra parte è vero che i ceti mercantili cittadini guardavano con ammirazione a taluni valori tipicamente nobiliari e cavallereschi che, con qualche modificazione, fecero spesso propri. Si discute molto, poi, se si possa e si debba parlare di una «etica mercantile», in contrapposizione ai valori morali promossi dalla Chiesa, di cui è nota l’ostilità prolungata a qualsiasi forma di interesse. Senza dubbio, poi, si deve parlare di una «cultura mercantile» almeno nel senso di una specifica formazione tecnica, capace anche, però, di invenzioni come l’assicurazione, la lettera di cambio, l’assegno, la contabilità in partita doppia, e prima ancora di forme societarie nuove, utili a trasformare i risparmi in investimenti, come, nel commercio marittimo, le commende o le società di mare, e nel commercio terrestre le compagnie, originariamente a base familiare. Il mercante del pieno e tardo medioevo non era mai un operatore specializzato, tanto che è forse spesso preferibile indicarlo più genericamente come «uomo d’affari». In genere alla compravendita di merci egli univa un’attività creditizia e finanziaria, anche se di banchieri in senso moderno si può parlare solo per il Trecento e il Quattrocento; in questi secoli, poi, per la capacità dei maggiori tra loro di controllare anche i più importanti processi produttivi industriali, si deve evidenziare la figura del mercante-imprenditore. Sempre negli ultimi secoli i mercanti tendono a trasformarsi da itineranti in sedentari, con uno straordinario sviluppo delle reti informative (Alcune parole chiave della storia medievale, in Storia medievale, lezioni di E. Artifoni et al., Roma, Donzelli, 1998, pp. 697-698).

 

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