Mahamad

– M –

Mahamad: Per tutta l’età moderna bisogna […] pensare all’organizzazione delle comunità ebraiche nell’Impero ottomano come a un mosaico discontinuo di “congregazioni” (kehalim), di dimensioni e condizioni variabili – i documenti ottomani indicano queste congregazioni con il termine ceemat, che significa allo stesso tempo comunità e associazione.[1] Esse raccoglievano, intorno a una sinagoga, varie famiglie spesso raggruppate sulla base di una medesima origine, lingua o dialetto, o ancora di un medesimo rito. Questa unità si adattava bene alle forme organizzative della vita urbana ottomana, che privilegiava la sezione o il distretto (mahalle) nella gestione amministrativa e politica della città. Le fonti ottomane in effetti usano mahalle e cemaat in un’accezione molto affine. Città come Salonicco o Istanbul potevano contare più di cinquanta congregazioni ebraiche. A Edirne, Safad, Bursa, erano una decina. Le loro denominazioni potevano fare riferimento a una regione o a un paese di provenienza (Aragona, Sicilia, Calabria, Castiglia, Portogallo, Catalogna, Germania, ecc.), a una città (Siviglia, Cordoba, Lisbona, Evora, Buda, ecc.), a una comunità ebraica specifica (romaniota, caraita, ecc.), a un’esperienza comune (gli esiliati di Spagna – Gerush Sefarad, i convertiti a forza) o ancora a una ricca benefattrice, come Doña Gracia Nasci Mendes. Le congregazioni sefardite ritrovavano così un modello già sperimentato in Spagna, quello dell’istituzione comunitaria delle aljamas. Alla loro guida vi era il mahamad, un corpo di sei-otto membri, eletti per un periodo limitato. Questo consiglio esecutivo, composto di laici, si occupava delle finanze e delle regole dalla comunità, rappresentandola presso l’amministrazione ottomana. Esso si occupava anche di stipendiare uno o più rabbini, investiti di funzioni allo stesso tempo religiose e giuridiche. Il mahamad legiferava su vari aspetti della vita comunitaria: in materia di alloggio e di usfrutto fondiario (hazaka), sulla sorte delle donne divorziate, sulle doti delle ragazze povere, e ancora sul bando (herem) di certi suoi membri. “Società” o “confraternite” (hevrot) legate alle congregazioni si dedicavano alle opere pie, alle sepolture, alla cura dei malati e dei bisognosi, e anche al riscatto dei captivi […]. Alcune congregazioni importanti potevano avere i loro cimiteri, le loro scuole, le loro yeshivas, i loro ospedali. Disponevano anche di un tribunale, un bet din dove si regolavano quei contenziosi (civili, religiosi, commerciali) che potevano insorgere tra ebrei. Gli appelli, le cause miste (tra ebrei e non ebrei) e i casi penali erano invece di competenza della giurisdizione ottomana e dunque del giudice musulmano locale, il qadi. Infine, i capi della comunità erano responsabili della riscossione delle imposte reclamate dalle autorità ottomane. Le congregazioni potevano talvolta organizzare un mahamad responsabile di un’intera città, che federava i capi dei diversi kehalim – è quel che accadeva a Istanbul per esempio. A Salonicco, invece, ciascuna congregazione difendeva gelosamente la propria autonomia; ciò non impedì peraltro la creazione di istituzioni sovracomunitarie, come la grande Talmud Torah della città, istituita intorno agli anni Venit del Cinquecento, che riuniva le principali scuole ebraiche della città e divenne un centro nevralgico dell’educazione e della cultura ebraica nel Mediterraneo[2] (G. Calafat-M. Grenet, Mediterranei. Storia delle mobilità umane (1492-1750), traduzione di Filippo Benfante, Roma, Viella, 2025, pp. 70-71; ed. or. Mediterranées. Une histoire des mobilités humaines (1492-1750), Paris, Points, 2023).

 

[1] J. Barnaï, La Communauté juive de Salonique (1430-1943), in Les Juifs d’Espagne. Histoire d’une diaspora, 1492-1992, a cura di Henry Méchoulan, Paris, Liana Levi, 1992, pp. 394-408; M. Rozen, A History of the Jewish Community in Istanbul. The Formative Years, 1453-1566, Leiden, Brill, 2002, p. 65.

[2] J. R. Hacker, The Rise of Ottoman Jewry, in The Cambridge History of Judaism, VII, The Early Modern World, 1500-1815, a cura di Jonathan Karp e Adam Sutcliffe, Cambridge, Cambridge University Press, 2018, pp. 77-112; Id., Jews in the Ottoman Empire (1580-1839), in The Cambridge History of Judaism, VII, pp. 831-864; E. Benbassa-A. Rodrigue, Histoire des Juifs sépharades, de Tolède à Salonique, Paris, Seuil, 2002, pp. 75-129.

 

Torna al Dizionario storico

Torna alla Home