Liberismo/protezionismo: L’idea di tassare le merci in entrata o in uscita da un paese è antica e ha prevalenti ragioni fiscali; ma è col mercantilismo del secolo XVII che per la prima volta questi strumenti di politica commerciale vengono posti in atto con lo scopo di proteggere le industrie locali dalla concorrenza estera, oltre che con quello di evitare lo squilibrio della bilancia dei pagamenti dovuto a un eccesso di importazioni; parliamo dunque in questo caso di dazi sulle merci in entrata. A cavallo fra Sette e Ottocento i padri dell’economia politica, e in particolare i teorici dell’economia classica Smith e Ricardo, sostennero che era convenienza di ogni paese lo specializzarsi nelle merci che esso poteva produrre al costo più basso: porre limiti al commercio internazionale era dunque erroneo e controproducente. Con qualche difficoltà i paesi europei accettarono questo punto di vista. La prima a muoversi in questo senso fu la Gran Bretagna, che nel 1846 abolì la tassa sull’importazione dei grani (Corn Laws). Seguì la Francia col trattato di commercio anglo-francese del 1860, e poi altri paesi ancora. La caduta dei prezzi all’indomani del 1873 mise però in discussione la validità di queste scelte e una struttura dell’economia europea caratterizzata dalla schiacciante superiorità industriale britannica; gli Stati Uniti d’altronde non abbandonarono mai una linea più o meno moderatamente protezionistica. La Germania nel 1879 adottò tariffe doganali a protezione delle proprie industrie, e anche dei propri prodotti agricoli; seguirono l’Italia (1887), la Francia (1892) e molti altri paesi europei. Qui si ebbe negli anni seguenti l’introduzione delle tariffe una forte accelerazione dello sviluppo industriale, anche se è difficile dire se ciò avvenne in conseguenza della, o nonostante la, scelta protezionistica. L’aumento del prezzo delle merci protette favorì infatti i produttori nazionali nei confronti di quelli esteri, favorì il dirigersi degli investimenti nei settori trainanti della seconda rivoluzione industriale, ma danneggiò i consumatori. Il protezionismo negli anni a cavallo tra Otto e Novecento non ebbe comunque come effetto una riduzione dei flussi del commercio internazionale, anche grazie ai trattati di commercio che ne mitigarono i rigori. Tutt’altro discorso deve essere fatto invece per politiche protezionistiche degli anni trenta del Novecento, che provocarono una riduzione del volume degli scambi tra le nazioni. L’idea della liberalizzazione dei mercati ritornò dunque in auge dopo la seconda guerra mondiale, e in Europa si concretizzò in una serie di accordi commerciali che portarono prima alla costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (1951) e poi della Comunità economica europea (1957) (Alcune parole chiave della storia contemporanea, in Storia contemporanea, lezioni di A. M. Banti et al., Roma, Donzelli, 1997, pp. 644-645).