Lavoro: È l’attività che gli uomini svolgono per trasformare le materie prime in prodotti finiti. È ancora lavoro il funzionamento di macchine e attrezzature nei campi, nelle fabbriche e nel trasporto di beni e uomini. Per comodità, a seconda che si faccia riferimento alle capacità di lavoro dell’ambiente naturale, oppure degli uomini, oppure, ancora, delle attrezzature, si distinguono i tre ingredienti fondamentali di ogni attività produttiva, indicati dagli economisti come fattori di produzione: essi sono la terra, il lavoro e il capitale. […] Il lavoro comprende l’insieme degli uomini impiegati nei diversi settori, con le loro capacità manuali e intellettuali (P. Malanima, Economia preindustriale. Mille anni: dal IX al XVIII secolo, Milano, Bruno Mondadori, 2000, p. 108).
Lavoro: Per il fatto di coprire ambiti di significato molto estesi e molto differenziati (che vanno dalle scienze umane e storiche a quelle esatte) il termine lavoro si rivela una delle parole fondamentali del lessico delle relazioni umane. Negli ultimi due secoli il pensiero economico e politico e la presenza protagonistica dei movimenti operai e socialisti hanno tuttavia fissato la centralità di una forma storicamente determinata di lavoro, quella legata al processo capitalistico: si parla pertanto in prevalenza di lavoro produttivo, di fabbrica, dipendente, salariato. Soprattutto nelle riflessioni di Marx, alla crescita economica capitalistica appariva necessariamente connaturata, nello specchio delle vicende dell’industrializzazione dell’Inghilterra e della Francia, la formazione di una classe operaia che subisse il massimo dello sfruttamento possibile. La principale risposta politica e organizzativa che seguì all’assunzione di tale consapevolezza si ebbe con la formazione di partiti politici e di organizzazioni sindacali della classe operaia. Nei paesi più sviluppati, nei quali più forte è cresciuto – fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento – il conflitto sociale, il lavoro di fabbrica è diventato così la matrice di forti identità politiche e collettive, poi assunte a modello anche in spazi sociali diversi e non immediatamente assimilabili (innanzitutto quello dei contadini) così da consentire la formazione, sulla base dell’analisi marxiana dello sfruttamento, di una categoria unitaria comprendente ogni tipo di lavoro subordinato. L’assoluta centralità di questa nozione di lavoro non ha tuttavia cancellato dimensioni semantiche diverse, che, sebbene spesso rimodellate alla luce della nozione primaria, hanno acquisito, specie in questi ultimi anni, visibilità e dignità, anche a causa dei mutamenti radicali del ruolo e della funzione (e dunque anche dell’immagine) del lavoro all’interno del ciclo di produzione industriale. Ci riferiamo da un lato ai lavori ad alto tasso di specializzazione e di qualificazione e alle mansioni di dirigenza (o come vengono chiamate oggi «manageriali»); da un altro ai lavori storicamente estranei alla sfera della produzione, come quelli domestici, a quelli che rientrano nella categoria della cura e dell’assistenza, alle attività artistiche e intellettuali. Gran parte di questi ruoli risultano oggi pienamente integrati nella sfera pubblica del mercato del lavoro e godono spesso i benefici della tutela sindacale (Alcune parole chiave della storia contemporanea, in Storia contemporanea, lezioni di A. M. Banti et al., Roma, Donzelli, 1997, p. 644).