Jihad: Il concetto di jihad è talvolta presentato come l’equivalente islamico dell’idea cristiana di crociata. La lettura tradizionale che i giuristi musulmani danno del Corano divide in effetti il mondo in due parti distinte: da un lato il «territorio dell’islam» (dār al-Islām), ovvero i paesi a maggioranza musulmana e/o governati da musulmani, nei quali si applicano le dottrine normative islamiche (la sharia); dall’altro il «territorio della guerra» (dār al-Ḥarb), lo spazio popolato dagli infedeli e votato a essere ridotto sotto bandiera islamica.[1] Su questa base, il jihad detto “minore” designerebbe la “guerra santa” combattuta contro i “miscredenti”, in nome di una politica di contrapposizione a cui spesso è stato ridotto l’atteggiamento delle potenze islamiche di fronte ai loro vicini non musulmani.[2] Si osservi per prima cosa che, a differenza di jihad, le espressioni dār al-Islām e dār al-Ḥarb non si ritrovano né nel Corano, né nelle raccolte di tradizioni del Profeta (gli hadīths), ma sono il frutto della riflessione che teologi e giuristi musulmani elaborarono di pari passo con l’espansione araba del medioevo. In altre parole, questa bipartizione non costituisce una verità assoluta e intangibile poiché rivelata dalla parola divina, ma una costruzione storicamente determinata, che mirava a sostenere e a legittimare un progetto imperiale di portata universale. La comparsa di altre categorie, via via che procedevano le vicissitudini politiche e militari delle imprese omayyadi, abbasidi e ottomane, mostra bene come questo vocabolario politico-religioso si adattava e si arricchiva rispetto alla realtà dei rapporti tra l’islam e le altre confessioni. Vale per esempio per l’espressione «territorio della miscredenza» (dār al-Kufr), che compare per indicare gli ex territori del dār al-Islām annessi al dār al-Ḥarb: è il caso della costa siro-palestinese passata nelle mani degli Stati latini d’Oriente (XI-XIII secolo), o della Penisola iberica man mano che avanzava la Reconquista cristiana (VIII-XV secolo). Un’altra di queste categorie compare nel XV secolo nello spazio ottomano, ancora collegata all’espansione della “fortezza dell’islam”: si tratta del “territorio dell’alleanza” (dār al-‘Ahd o dār al-Ṣulḥ), che designa le regioni cristiane vassalle del sultano (i principati danubiani di Moldavia e Valacchia, e i regni georgiani di Cartalia, di Imerezia e di Cachezia), la cui sottomissione era segnalata dal versamento di un tributo in cambio della pace.[3] All’idea di una “guerra santa” che opporrebbe eternamente e universalmente due mondi nemici resi inconciliabili dalla differenza religiosa, si sostituì dunque un principio di pragmatismo nel modo in cui gli ottomani impostavano le loro relazioni con i loro vicini non musulmani. […] Questo pragmatismo è alla base dell’incorporazione delle popolazioni non musulmane dei territori di recente conquista: lungi dalle rodomontate della “guerra giusta” contro gli “infedeli”, il discorso ufficiale insisteva spesso sull’attaccamento degli ottomani a «una politica di rispetto reciproco e di tolleranza verso i popoli di fedi diverse».[4] Queste affermazioni contengono certo uno scarto rispetto alla realtà delle pratiche politiche e sociali, che non esitavano a strumentalizzare la differenza religiosa per esigere la conversione dei sudditi non musulmani del sultano. Nondimeno, la struttura confessionale della società ottomana (laddove le province europee, per esempio, erano popolate da una maggioranza cristiana), così come la complessità degli interessi imperiali ottomani rendevano impossibile l’applicazione rigida del principio di jihad, tanto all’interno quanto alle frontiere dei “paesi ben custoditi”. A ciò si aggiungeva la minaccia, spesso deterrente, del coinvolgimento delle potenze straniere negli affari ottomani: si sa, per esempio, che il re di Francia, ergendosi a protettore dei cattolici nel Levante (titolo che peraltro gli Asburgo gli contestavano), si arrogava un diritto di controllo sul modo in cui il sultano trattava non solo i francesi che si erano stabiliti nelle “scale”, ma anche alcuni dei suoi sudditi cristiani, in particolare i cristiani d’Oriente.[5] Se l’invocazione del jihad contro le potenze cristiane tese dunque a diminuire sensibilmente nel corso dell’età moderna, la rivendicazione califfale permise di affermare l’egemonia ottomana sull’umma sunnita: è in questo contesto che si impose un’accezione ristretta della “guerra santa”, condotta non contro gli “infedeli” cristiani ma contro i “cattivi musulmani”, che erano le popolazioni sciite della Persia safavide, o i sudditi che si ribellavano all’autorità del sultano.[6] Come ha sottolineato Bernard Heyberger, i concetti di jihad e di crociata nei secoli XVI e XVII rimandano non tanto a precisi corpus ideologici ma piuttosto a modi discorsivi e simbolici di affermazione dell’identità e della legittimazione dell’azione in un contesto avverso[7] (G. Calafat-M. Grenet, Mediterranei. Storia delle mobilità umane (1492-1750), traduzione di Filippo Benfante, Roma, Viella, 2025, pp. 48-50; ed. or. Mediterranées. Une histoire des mobilités humaines (1492-1750), Paris, Points, 2023).
[1] A. Abel, Dār al-Ḥarb, in Encyclopédie de l’Islam, Leiden, Brill, online: http://dx.doi.org/10.1163/9789004206106_eifo_SIM_1703; Id., Dār al-Islam, in Encyclopédie de l’Islam, Leiden, Brill, online: http://dx.doi.org/10.1163/9789004206106_eifo_SIM_1700.
[2] R. Murphey, Djihad, in Dictionnaire de l’Empire ottoman, a cura di François Georgeon, Nicolas Vatin e Gilles Veinstein, Paris, Fayard, 2015, pp. 368-370.; F. M. Donner, The Sources of Islamic Conceptions of War, in Just War and Jihad: Historical and Theoretical Perspectives on War and Peace in Western and Islamic Traditions, a cura di John Kelsay e James Turner Johnson, New York, Greenwood Press, 1991, pp. 31-70; P. Crone, War, in Encyclopaedia of the Qur’ān, a cura di Jane Dammen McAuliffe, Leiden, Brill, 2006, V, online: http://dx.doi.org/10.1163/1875-3922_q3_EQCOM_00214.
[3] H. İnalcık, Dār al-‘Ahd, in Encyclopédie de l’Islam, Leiden, Brill, online: http://dx.doi.org/10.1163/9789004206106_eifo_SIM_1698; D. B. MacDonald-A. Abel, Dār al-Ṣulḥ, in Encyclopédie de l’Islam, Leiden, Brill, online: http://dx.doi.org/10.1163/9789004206106_eifo_SIM_1708.
[4] B. Arbel, Translating the Orient for the Serenissima. Michiel Membrè in the Service of Sixtenth-Century Venice, in La Frontière méditerranéenne. Éxchanges, circulations et affrontements, a cura di Bernard Heyberger e Albrecht Fuess, Turnhout, Brepols, 2013, pp. 253-257.
[5] Naturalmente, gli ambasciatori inglesi e olandesi a Istanbul cercavano a loro volta di affermare la loro protezione a favore dei protestanti presenti nell’Impero ottomano.
[6] È il caso per esempio dei ribelli celali, le cui sollevazioni infiammarono l’Anatolia nei secoli XVI e XVII; si veda R. Murphey, Celali, in Dictionnaire de l’Empire ottoman, a cura di François Georgeon, Nicolas Vatin e Gilles Veinstein, Paris, Fayard, 2015, pp. 235-237.
[7] B. Heyberger, La Frontière méditerranéenne du XV au XVII siècle: introduction, in La Frontière méditerranéenne. Éxchanges, circulations et affrontements, a cura di Bernard Heyberger e Albrecht Fuess, Turnhout, Brepols, 2013, p. 12.