Garzone: gli apprendisti, o garzoni, essi erano giovani o giovanissimi che nella bottega di un maestro lavoravano per apprendere un mestiere: per diventare, poi, maestri essi stessi e aprire bottega per loro conto. «Bottega, cioè iscuola», scriveva tra il Trecento e il Quattrocento il fiorentino Giovanni di Pagolo Morelli nei suoi Ricordi.[1] La bottega artigiana era il luogo per eccellenza nel quale avveniva la trasmissione del sapere tecnico. Nel contatto giornaliero tra maestro e garzone quest’ultimo apprendeva quei saperi delle mani e del corpo caratteristici dei mestieri prima dell’epoca delle macchine. L’età di questi garzoni poteva variare da meno di 10 anni a una ventina circa. La durata dell’apprendistato era diversa da mestiere, da città a città, da epoca a epoca. A Rouen nel 1378 erano fissati dalle corporazioni tra anni di apprendistato per divenire maestro tessitore, purgatore, o anche follatore e cimatore. A Parigi nel tardo Medioevo la durata dell’apprendistato poteva variare, per le diverse arti, da due fino a dodici anni. Nel Quattrocento risulta che a Londra per molti ragazzi l’apprendistato iniziasse a 12-14 anni, per una durata di sette anni. Solo la metà di questi giovani resisteva a questo lungo tirocinio e non l’abbandonava prima della scadenza. Dal maestro l’apprendista non riceveva, di solito, alcun compenso. Anzi era il padre dell’apprendista che, quando affidava il figlio a un artigiano, doveva versare una somma, e talora anche varie somme, una volta all’anno, affinché questo fosse accettato. In un contratto bolognese della prima metà del Duecento, un padre, Bernardino di Giovannino, affidava per tre anni suo figlio Giacomino a un maestro calzolaio, Piacentino. Il padre s’impegnava a pagare all’artigiano una somma pattuita: metà all’inizio dell’apprendistato e metà dopo un anno e mezzo. Il padre doveva poi garantire l’applicazione continua e diligente del figlio nel lavoro. L’artigiano prometteva d’insegnargli i segreti dell’arte. Per i trasgressori erano fissate le pene del caso. Dall’inizio dell’apprendistato alla fine il giovane entrava a far parte di una nuova famiglia, quella del maestro; viveva con lui come un figlio. Il suo rapporto con il maestro non era soltanto un rapporto di lavoro. Tutta l’educazione dell’apprendista continuava ora nella casa del maestro artigiano e sotto il suo potere patriarcale (P. Malanima, Economia preindustriale. Mille anni: dal IX al XVIII secolo, Milano, Bruno Mondadori, 2000, pp. 264-265).
[1] G. Morelli, Ricordi, a cura di V. Branca, Firenze, Le Monnier, 1969.