Funduq: L’articolazione tra ospitalità e sorveglianza si ritrova anche in un certo numero di spazi dedicati all’accoglienza degli stranieri in terra d’islam. È il caso dei caravanserragli, dei funduq e di altri han/khan in cui mercanti e viaggiatori stranieri erano accolti dal medioevo, sia lungo le piste carovaniere, che nelle periferie delle città oppure, talvolta, nei loro centri.[1] La diversa nomenclatura di questi luoghi non rinvia a precise tipologie di edifici, ma piuttosto a forme di denominazione differenziate localmente. I viaggiatori preferiscono il termine “caravanserraglio” (dal persiano karban, “gruppo di commercianti”, e saray, “casa”), mentre han si applica tanto a strutture di commercio e alloggio situate nelle città quanto a ospizi urbani, e ancora a punti tappa collocati lungo le principali rotte commerciali.[2] In città, la maggior parte degli edifici indicati con il termine khan servivano ad alloggiare commercianti e artigiani (stranieri oppure no), a immagazzinare le loro merci, temporaneamente o stabilmente, sempre in collegamento con la densa rete dei mercati urbani. Derivato dal greco pandocheion (“locanda”, “alloggio pubblico”), il funduq indicava […], dal medioevo, una struttura urbana destinata allo stesso tempo all’accoglienza dei mercanti stranieri, allo stoccaggio delle loro merci, all’esercizio delle loro attività e al prelievo delle imposte su questo commercio.[3] L’esempio già ricordato dei fondaci veneziani – a cui bisogna aggiungere quello del Fondaco dei mercanti turchi et altri musulmani aperto ad Ancona nel 1514 – attesta l’influenza e la circolazione di questo modello fuori dal mondo islamico.[4] Quanto ai fondechs e agli alhóndigas dell’Andalusia e di Valencia, essi corrispondono ad adattamenti di queste antiche istituzioni islamiche seguite alla conquista cristiana di quelle regioni da parte delle corone di Castiglia e di Aragona nel corso del XIII secolo.[5] Spazi di aggregazione della presenza straniera, questi diversi luoghi mescolavano – spesso in una grande promiscuità – il lavoro, l’abitazione, la preghiera, anche lo svago: all’interno di uno stesso edificio, in genere chiuso verso l’esterno da un portone e organizzato intorno a una corte centrale, erano disposti magazzini, camere e botteghe, più raramente officine, una taverna e ancora un luogo di culto. La crescita della presenza di mercanti “latini” in Maghreb, in Egitto e in Siria-Palestina sulla scia delle crociate spinse le autorità arabe e poi ottomane a dedicare loro alcuni funduq, destinati dunque ad accogliere esclusivamente persone provenienti dall’Europa – anche se quasi mai vi era un obbligo di residenza.[6] Talvolta questi luoghi sono stati descritti come enclave cristiane in terra d’islam; si sa tuttavia che erano molto frequentati da mercanti musulmani ed ebrei in affari con i “franchi” (i quali restavano liberi di circolare in città). Quanto alle altre strutture d’accoglienza, come i caravanserragli e i khan, la vita quotidiana al loro interno sembra essere stata caratterizzata da interazioni molteplici e diversificate tra popolazioni straniere e locali, le quali non si limitavano alle sole necessità del commercio, ma comprendevano un’ampia gamma di pratiche di una sociabilità che oggi definiamo “interculturale”.[7] Anche se erano ceduti ai mercanti di una o di più “nazioni”, questi luoghi restavano strettamente sottoposti al controllo delle autorità locali, nella maggior parte dei casi a livello statale. È il caso in particolare dei funduq dei mercanti “franchi”, di cui bisognava sorvegliare i pensionanti, garantendosi la benevolenza degli ulema locali nei confronti di questa presenza di “infedeli”, contro i quali talvolta essi erano pronti a scagliarsi.[8] I primi funduq “franchi” fecero la loro comparsa nel medioevo, poi le fondazioni proseguirono nei secoli XVI e XVII in molti dei principali porti e delle grandi città mercantili del mondo arabo. A Ṣaidā (Sidone) un Khan al-Franj (“khan dei franchi”) sorse per iniziativa del gran visir Ṣoḳollu Meḥmed Pascià (in carica dal 1565 al 1579), «uno degli uomini politici più potenti nel Mediterraneo alla fine del Cinquecento».[9] Questa fondazione si inscriveva in un progetto più ampio, a livello regionale, che mirava a rendere più dinamica l’interfaccia portuaria delle città mercantili del retroterra siriano e a fare di Ṣaidā il porto principale della Siria meridionale. Come dice il suo nome, il Khan al-Franj era destinato ad accogliere mercanti “franchi”, e più precisamente francesi, all’interno di quello che era «l’edificio più grande e imponente della città vecchia di Sidone».[10] A Tunisi, due fondaci per accogliere i mercanti europei furono costruiti circa un secolo dopo: quello “dei Francesi” (per i cattolici) e quello “degli Inglesi” (per i protestanti). Situati in due edifici contigui nella parte bassa della Medina, disponevano di alloggi, magazzini e botteghe destinati all’uso «dei commercianti, della gente di mare e dei viaggiatori di passaggio».[11] […] Sin dal XIII secolo, la diffusione di questo modello di fondaci “franchi” si coniugò a una particolarità giuridica e politica: questi edifici, che continuavano ad appartenere al sovrano musulmano, si videro riconoscere una autonomia molto ampia, sia in materia di organizzazione interna, sia nella giurisdizione.[12] Parallelamente, lo sviluppo dei servizi consolari europei nello spazio mediterraneo in età moderna permise ai consoli di affermarsi alla testa delle rispettive comunità “nazionali”, in una configurazione di quasi extraterritorialità nei confronti delle autorità locali. A Ṣaidā come a Tunisi, i consoli europei “regnavano” non solo su un edificio, ma anche sui suoi abitanti: furono i principali artefici dell’affermazione del carattere “nazionale” dei luoghi, attraverso il sostegno agli interessi dei “nazionali” e di altri “protetti” collocati sotto la loro autorità, con la partecipazione “a distanza” alle celebrazioni di feste dinastiche, o ancora mediante la difesa di una religiosità intransigente.[13] Peraltro, questo processo d’affermazione identitaria conviveva con la presenza costante, tra le mura del fondaco e nei suoi immediati dintorni, di una piccola folla variegata, fatta di intermediari e “protetti” appartenenti alle minoranze locali non musulmane (ebrei, maroniti, melchiti, armeni) e individui provenienti da altre “nazioni” europee che non avevano consoli sul posto[14] (G. Calafat-M. Grenet, Mediterranei. Storia delle mobilità umane (1492-1750), traduzione di Filippo Benfante, Roma, Viella, 2025, pp. 128-131; ed. or. Mediterranées. Une histoire des mobilités humaines (1492-1750), Paris, Points, 2023).
[1] Sui caravanserragli extraurbani, si veda C. Tavernari, Quelques réflexions sur les caravansérails routiers et l’économie des échanges: le cas du Bilād al-Šām aux époques ayyoubide et mamelouke (fin XIIe siècle-début XVIe siècle), in Les Territoires de la Méditerranée, XIe-XVIe siècle, a cura di Annliese Nef, Rennes, Presses Universitaires de Rennes, 2013, pp. 217-236. Sulla concentrazione intra-urbana dei caravanserragli aleppini alla fine del period mamelucco, si veda H. Z. Watenpaugh, The Image of an Ottoman City. Imperial Architecture and Urban Experience in Aleppo in the 16th and 17th Centuries, Leiden-Boston, Brill, 2004 p. 34.
[2] I. Tamdoğan, Les Han, ou l’étranger dans la ville ottoman, in Vivre dans l’Empire ottoman. Sociabilités et relations intercommunautaires (XVIIIe-XXe siècles), a cura di François Georgeon, Paul Dumont, Paris, L’Harmattan, 1997, pp. 319 e 331. Anche il termine qaysariyya indica caravanserragli o magazzini urbani: C. L. Wilkins, Forging Urban Solidarities. Ottoman Aleppo, 1640-1700, Leiden-Boston, Brill, 2010.
[3] O. R. Constable, Housing the Stranger in the Mediterranean World. Lodging, Trade, and Travel in Late Antiquity and the Middle Ages, Cambridge, Cambridge University Press, 2003; D. Valérian, Les Fondouks, instruments du contrôle sultanien sur les marchands étrangers dans les ports musulmans (XIIe-XVe siècle)?, in La Mobilité des personnes en Méditerranée de l’Antiquité à l’époque moderne. Procédures de contrôle et documents d’identification, a cura di Claudia Moatti, Roma, École française de Rome, 2004, pp. 677-698.
[4] O. R. Constable, Housing the Stranger, cit., p. 330; E. Concina, Fondaci. Architettura, arte e mercatura tra Levante, Venezia e Alemagna, Venezia, Marsilio, 1997.
[5] O. R. Constable, Les Continuités d’un espace comercial conquis. Une revaluation du foundouk medieval dans la Couronne d’Aragon, in La Loge et le fondouk. Les dimensions spatiales des pratiques marchandes en Méditerranée, Moyen Âge-époque modern, a cura di Wolfgang Kaiser, Paris-Aix-en-Provence, Karthala-Maison méditerranéenne des sciences de l’homme, 2014, pp. 99-111.
[6] D. Valérian, Les Fondouks, cit.
[7] I. Tamdoğan, Les Han, cit.; G. Calafat, Topographie de “minorités”. Notes sur Livourne, Marseille et Tunis au XVIIe siècle, in «Liame», 24 (2012), http://liame.revues.org/271.
[8] D. Valérian, Les Fondouks, cit., p. 687.
[9] S. Weber, La Fabrique d’une ville portuaire ottomane: les acteurs du développement urbain de Sidon entre le XVIe et le XVIIIe siècle, in La Loge et le foundouk, cit., p. 25 per la cit. Ṣoḳollu Meḥmed Pascià era il genero del sultano Selim II (sul trono dal 1566 al 1574), di cui aveva sposato la figlia Ismihan Sultan, nonché il cognato del successore Murād III (sul trono dal 1574 al 1595).
[10] Ivi, p. 28 (si veda anche un’utile mappa a p. 343).
[11] G. Calafat, Topographie de “minorités”, cit.
[12] D. Valérian, Les Fondouks, cit.
[13] Y. Debbasch, La Nation française en Tunisie (1577-1835), Paris, Sirey, 1957; C. Windler, La Diplomatie comme expérience de l’autre. Consuls français au Maghreb (1700-1840), Genève, Droz, 2002; Id., Du privilège à la souveraineté. Les ressortissants français et leurs consuls dans les échelles du Levant e du Maghreb (1700-1840), in La Mobilité des personnes en Méditerranée, cit., pp. 699-722.
[14] G. Calafat, Topographie de “minorités”, cit. Sui meccanismi della protezione si vedano: M. H. Van den Boogert, The Capitulations and the Ottoman Legal System. Qadis, Consulis, and Beratlı in the Eighteenth Century, Leiden, Brill, 2005; M. C. Smyrnelis, Une société hors de soi. Identités et relations sociales à Smyrne aux XVIIIe et XIXe siècles, Paris, Peeters, 2005.