Foibe

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Foibe: L’utilizzo del termine “foibe” (e del verbo “infoibare”) per identificare tutte le violenze commesse dalla Resistenza jugoslava è entrato ormai nell’uso comune, ma è sicuramento poco corretto. Esso contribuisce a veicolare un immaginario efferato e terrorizzante, aggravato dall’immagine stereotipata delle vittime gettate ancora vive nelle voragini. Tutto ciò evoca uno scenario di stragi condotte con metodi barbari, primitivi – che sarebbero dunque tipici dei popoli slavi meno sviluppati – contro la “civiltà” italiana. Analogamente, ma in senso inverso, si fa uso dell’espressione “camere a gas” per identificare tutto il sistema concentrazionario nazista, dando così l’impressione di una elevata tecnicizzazione, cosa che corrisponde solo marginalmente alla realtà dei fatti. Come si vedrà in questo capitolo, una buona parte delle violenze condotte sul confine orientale non ha nulla a che vedere con le foibe. Innanzitutto: cosa vuol dire concretamente “foiba”, un termine tanto usato quanto poco conosciuto nel suo significato reale? È una parola che sembra avere già in sé qualcosa di spaventoso, probabilmente in quanto termine dialettale, non presente nel resto d’Italia, e quindi percepito dai più come estraneo. La foiba è in sostanza una voragine nel terreno tipica delle regioni carsiche, che può avere larghezza e profondità variabile. In tutte le aree di questo tipo, dove è molto difficile scavare una buca a causa della conformazione e della durezza del terreno, le foibe vengono usate tradizionalmente come luogo di occultamento o di sepoltura frettolosa. Non a caso molti vocabolari propongono come sinonimi i termini: “inghiottitoio, smaltitoio”. Le foibe sono state usate con questo scopo in tempo di pace e in tempo di guerra, e da tutti i contendenti. Anche nella seconda guerra mondiale vengono sepolti nelle foibe, ad esempio, sia i civili e i partigiani uccisi da fascisti e nazisti, sia i soldati o i collaborazionisti uccisi dai partigiani. Così accadde per le foibe del 1943 di cui si è parlato nel terzo capitolo, utilizzate sia per l’urgenza della sepoltura, sia per occultare i cadaveri ed evitare rappresaglie da parte tedesca contro i villaggi vicini. In ogni caso le foibe sono sempre usate come luogo di sepoltura, non come strumento di esecuzione. Non si può escludere alcun tipo di efferatezza, in un contesto di violenza come questo, ma la pratica di gettare individui vivi nelle foibe non è certamente comune. Analogamente, non sono confermati da fonti attendibili molti dei racconti macabri spesso diffusi dai mass media, tra cui le scene orgiastiche precedenti alle uccisioni o la presenza di cani neri che avrebbero dovuto impedire alle anime dei morti di uscire dalle foibe. Tutte queste descrizioni appartengono a un immaginario simbolico sostanzialmente razzista, che identifica gli slavi come popoli primitivi, legati alle superstizioni e animati da istinti primordiali. Quando si parla delle violenze commesse alla fine della guerra dai partigiani sul confine orientale è improprio parlare genericamente di foibe. Innanzitutto va ribadito che la repressione che colpisce quest’area nella primavera del 1945 fa parte di un fenomeno comune a tutta l’Europa e non è condotta qui con metodi specificamente barbari. Inoltre essa va compresa (anche se ovviamente non giustificata) nel suo contesto: quello di una regione devastata dalla guerra, dalla morte, dalla sopraffazione. Come abbiamo visto nel capitolo precedente, dopo l’occupazione di tutta l’area del confine orientale da parte dell’esercito di liberazione jugoslavo, circa 10.000 persone vengono arrestate con varie accuse, soprattutto nelle città di Pola, Fiume, Gorizia e Trieste. Si calcola che siano circa un migliaio coloro che vengono giustiziati nelle zone circostanti, nei giorni immediatamente successivi. Quasi sempre i corpi delle vittime vengono poi gettati nelle foibe, secondo una pratica che, come si è detto, era diffusa da tempo. Ma avvengono anche uccisioni in mare, ad esempio a Fiume o in Dalmazia, come nel caso degli industriali Luxardo di Zara, annegati alla fine del 1944 dopo la liberazione della città. La maggior parte degli arrestati viene invece deportata in campi di raccolta situati nell’entroterra della Jugoslavia, in particolare in Slovenia, per esempio a Borovnica, vicino a Lubiana. In questi campi si vengono a trovare centinaia di migliaia di prigionieri di tutte le nazionalità: tedeschi, italiani, ungheresi, ma anche collaborazionisti jugoslavi di varia provenienza. I più verranno liberati nelle settimane e nei mesi successivi; alcuni saranno processati e fucilati se riconosciuti colpevoli di crimini di guerra o ritenuti pericolosi oppositori. La maggior parte delle vittime, però, non muore in seguito alle condanne, ma per le condizioni di vita all’interno dei campi. Si tratta di contesti terribili, paragonabili (e forse addirittura peggiori) ai campi di internamento precedentemente costituiti dall’esercito italiano, dove le cause di morte sono soprattutto la denutrizione e le epidemie. Se dunque può apparire corretta l’espressione “foibe istriane” per indicare le violenze del 1943, le “foibe giuliane” del 1945 riguardano invece solo una piccola parte delle vittime: la maggior parte dei decessi avviene nei campi di internamento in Jugoslavia. Ciò non cambia in alcun modo di giudizio morale che si può dare su questi avvenimenti: modifica però sostanzialmente quell’immaginario di violenza primitiva che viene veicolato dall’uso simbolico del termine “foibe” per indicare tutto il fenomeno. Quello delle violenze commesse dai liberatori alla fine della guerra è un fenomeno drammaticamente “moderno”, paragonabile a numerosi fenomeni simili che avvengono negli stessi giorni in tutto il continente europeo. E come tale deve essere valutato (E. Gobetti, E allora le foibe?, Bari-Roma, Laterza, 2020, pp. 47-51).

 

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