Faida: Il termine proviene dall’antico germanico fehan (odiare) e, come recita il testo dell’Editto del re longobardo Rotari, indica l’inimicitia esistente fra persone o fra gruppi in seguito ad atti di ostilità reciproca. L’inimicizia determinata da cause di questo tipo poteva generare facilmente vendette tendenti a lavare le offese subite. Pertanto, per esteso, faida può essere riferito alle vendette incrociate e protratte tra famiglie che l’inimicizia può innescare. È generalmente considerato come uno dei più rilevanti aspetti dell’opera di mediazione e moderazione dei conflitti fra individui e gruppi familiari condotta, in Italia, dall’autorità regia sotto Rotari (636-52), aver attenuato la legittimità delle vendette ingenerate dalle faide, affiancando ad essa un altro modo di risoluzione dei conflitti: si tratta di una compositio di carattere pecuniario che andava corrisposta all’offeso o alla sua famiglia da parte di chi aveva commesso l’atto di violenza o di inimicizia. L’entità di tale corresponsione era fissata sulla base del guidrigildo, cioè del valore della persona che riceveva il danno, ovviamente variabile a seconda della sua appartenenza sociale. La faida rimane comunque, nelle società romano-germaniche altomedievali, un modo del tutto corrente di comporre le controversie; e anche successivamente, all’interno di sistemi politici più strutturati come i comuni italiani o gli stati monarchici tardomedievali, la faida non scompare mai: gli stessi interventi legislativi che restringono lo statuto della faida a mere vendetta privata, mentre manifestano una volontà di contenimento e di repressione, segnalano al contempo la persistente diffusione sociale della faida. Una persistenza che, in forme e linguaggi diversi a seconda delle aree, caratterizzerà anche le società moderne (Alcune parole chiave della storia medievale, in Storia medievale, lezioni di E. Artifoni et al., Roma, Donzelli, 1998, pp. 694-695).