Fabbrica: «designa l’azione combinata di diverse classi di operai, adulti e non adulti, nel sorvegliare con abilità e diligenza un sistema di macchine produttive azionate ininterrottamente da una forza centrale» (A. Ure, The philosophy of manufactures, Londra 1835, pp. 13-14). Con questo significato la fabbrica è una forma di organizzazione che si afferma su larga scala solo in età moderna in relazione con l’uso di impianti quali i mulini da seta e che si generalizza con la rivoluzione industriale. Da notare che il termine di fabbrica come azienda in cui si svolge la produzione in forma accentrata entra nell’uso della metà del Seicento. Prima si riferiva solo all’officina dove si svolge il lavoro del fabbro. […] La fabbrica è un tipo d’industria accentrata nel quale la separazione delle funzioni si approfondisce. Le funzioni imprenditoriale e lavorativa, ancora concentrate del tutto o in parte negli stessi artigiani nel sistema dell’artigianato, si separano quando le tecniche da adoperare per produrre di più richiedono investimenti rilevanti, che non sono alla portata di tutti gli artigiani. Questo processo di scomposizione che porta dall’industria domestica al lavoro a domicilio e alla fabbrica è da collegare alla dilatazione progressiva dei mercati e all’incremento del volume produttivo a cui ogni ramo dell’industria si trova a far fronte. La ragione è che aumentando il volume delle merci prodotto per far fronte a una clientela più numerosa aumenta anche il lavoro da svolgere in ogni fase lavorativa. Questo lavoro può formare allora la base di un’occupazione autonoma. Un uomo solo non basta più a far tutto e viene sostituito da tanti uomini collegati a formare una specie di corpo artificiale. L’efficacia di questo corpo artificiale è superiore a quella di tanti corpi che lavorano in autonomia (P. Malanima, Economia preindustriale. Mille anni: dal IX al XVIII secolo, Milano, Bruno Mondadori, 2000, pp. 294-295).