Dragomanno

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Dragomanno: o drogman, parola che ritroviamo in turco nella forma tercüman, che a sua volta è alla base del termine francese truchement (sinonimo appunto di drogman, con il significato di interprete, traduttore, ed entrato nell’uso anche con quello più generale di tramite, intermediario). I dragomanni, che ritroviamo al centro delle mediazioni linguistiche e culturali dell’Impero ottomano, erano essenzialmente di due tipi – pur appartenendo magari a reti familiari affini.[1] In primo luogo vi erano i dragomanni della Porta, o del sultano; impiegati dal governo ottomano, svolgevano l’incarico di traduttori, interpreti e cancellieri. Questi uomini redigevano atti originali in turco ottomano (ma talvolta anche in greco, in arabo, in italiano) e traducevano lettere scritte in lingue straniere, talvolta passando per l’italiano. Più che semplici traduttori, erano negoziatori, dei diplomatici per cui si doveva passare per accedere ai circoli del potere ottomano; anche nelle province, erano intermediari necessari per trattare con le autorità locali.[2] Fino alla fine del Seicento, si trattava di greci, italiani, tedeschi, ungheresi convertiti all’islam. In seguito, gli interpreti in capo (tercüman başı) furono per lo più originari delle grandi famiglie ortodosse residenti a Istanbul nel quartiere del Fener (da cui fanarioti), come i Mavrocordato, i Cantacuzeno, i Mourousis, i Mavrogenis, i Soutzo.[3] L’altra categoria di dragomanni era quella degli interpreti delle lingue orientali (turco ottomano, greco, arabo) impiegati dai mercanti, dai consoli e dagli ambasciatori europei in Nord Africa e nel Levante. Questi ultimi spesso erano zimmi (ebrei, armeni, greci, cristiani orientali) che, in quanto traduttori in servizio presso i consolati, avevano ottenuto un berāt, una patente che li esentava dal pagamento del testatico. La maggior parte di questi dragomanni, riconosciuti dalle nazioni straniere e dalle autorità ottomane, proveniva dalle tre grandi comunità diasporiche del Mediterraneo: l’ebraica, la greca e l’armena. Diventati beratlı (titolari di berāt), trovavano una via di ascesa sociale nell’interpretariato e nell’intermediazione commerciale – spesso i due mestieri andavano insieme. Le potenze europee, per evitare di ricorrere a questi dragomanni, che spesso sospettavano di fedeltà troppo ondivaghe, presero misure per formare un proprio corpo di interpreti/mediatori (G. Calafat-M. Grenet, Mediterranei. Storia delle mobilità umane (1492-1750), traduzione di Filippo Benfante, Roma, Viella, 2025, pp. 321-22; ed. or. Mediterranées. Une histoire des mobilités humaines (1492-1750), Paris, Points, 2023).

[1] E. N. Rothman, The Dragoman Renaissance. Diplomatic Interpreters and the Routes of Orientalism, Ithaca, Cornell University Press, 2021, pp. 49-79.

[2] G. Calafat, Les Interprètes de la diplomatie en Méditerranée. Traiter à Alger (1670-1680), in Les Musulmans dans l’histoire de l’Europe, II, Passages et contacts en Méditerrnée, a cura di Jocelyn Dakhlia e Bernard Vincent, Paris, Albin Michel, 2011.

[3] M. Grenet, Drogman, in Dictionnaire de la Méditerranée, a cura di Dionigi Albera, Maryline Crivello e Mohamed Tozy, Arles, Actes Sud, 2016, p. 392.

 

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