Dispotismo illuminato: L’insieme dei progetti rimasti sulla carta e di interventi reali che nella seconda metà del Settecento mirarono a rafforzare i sistemi di prelievo fiscale, a limitare i privilegi, a colpire le istituzioni ecclesiastiche e a riformare l’istruzione, il diritto e l’economia agricola e manifatturiera, fu definito già nel Settecento «dispotismo illuminato» perché coniugava idee e soluzioni ispirate dalla corrente moderata dell’Illuminismo (la ricerca del progresso e della «pubblicità felicità») con il centralismo e l’autoritarismo monarchico, identificati come il motore da cui, per servizio e utilità dei sudditi, doveva partire l’insieme di provvedimenti necessari a scardinare gli assetti di alcune realtà statuali dell’Europa continentale. Si possono ascrivere al riformismo dispotico le politiche di razionalizzazione delle leggi e di modernizzazione dell’apparato burocratico, scolastico e militare nella Prussia del re filosofo Federico II (1740-1786, dove però non fu messo in questione il potere signorile e fondiario degli Junker); i tentativi di limitare il peso e i beni del clero ortodosso e di amalgamare le élite nobiliari dei territori incorporati all’Impero russo durante il regno di Caterina II (1762-1796); le norme introdotte dai Savoia e dai governi borbonici di Parma e di Napoli per colpire le immunità del clero, il foro ecclesiastico e la manomorta (dettate dall’opera di ministri come Bernardo Tanucci); l’episcopalismo antiromano e le codificazioni del granduca toscano Pietro Leopoldo (primo ad abolire la pena di morte: 1786) (V. Lavenia, 1789. Parigi insorge: la Rivoluzione Francese, in Introduzione alla storia moderna, a cura di Marco Bellabarba e Vincenzo Lavenia, Bologna, Il Mulino, 2018, p. 406).