Contratto poderale con affitto parziario

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Contratto poderale con affitto parziario: tipo di contratto che si venne diffondendo già dal XIII secolo a partire dai dintorni delle città maggiori. Con il passare del tempo la sua presenza si allargò a buona parte dell’Italia centrale, a frange della Lombardia, del Veneto, del Piemonte, e poi anche alla Francia del sud. Qui per quanto fosse già conosciuto anche in precedenza, si propagò dal Cinquecento. Si tratta del contratto poderale con affitto parziario, che nelle diverse zone assume vari nomi. Quando il canone corrisponde alla metà della produzione esso viene indicato con il termine di mezzadria, anche se questo termine entra nell’uso piuttosto tardi: in Toscana soltanto dall’Ottocento. […] Pur con variazioni locali i lineamenti comuni sono questi. La famiglia contadina con poche, pochissime proprietà, o del tutto senza, riceve in affitto da un proprietario, che può essere un nobile, un borghese, un contadino più ricco o un ente religioso, un podere. Il podere è qui un complesso organico costituito da una casa con stalla, aia e tutto quanto serve all’attività agricola, e da una serie di campi, talora confinanti e talora no (anche a una certa distanza l’uno dall’altro). I campi possono essere tre o quattro, ma anche più di dieci. L’estensione del podere varia molto. In Toscana è di 2-3 ettari nel tardo Medioevo, quando le famiglie contadine hanno anche qualche terra in proprio, e intorno ai 10 ettari nel Sei e Settecento, quando i mezzadri non hanno quasi più alcuna proprietà. In Emilia si arriva anche a 25-40 ettari. Come si vede, nell’area della mezzadria la famiglia contadina non prende in affitto un pezzo di terra dopo l’altro da diversi proprietari sino a ricomporre, insieme ai propri terreni, un’azienda agraria. L’azienda che ottiene è già formata: essa costituisce un tutto organico commisurato, per l’estensione e la qualità dei terreni, alle sue esigenze medie. […] Il fatto che sui terreni, accanto alla coltivazione del frumento, vi sia quella della vite, degli alberi da frutto, magari del gelso, intensifica l’applicazione di lavoro sui campi. Come sempre accade, anche in questo caso la policoltura permette di avvicinarsi al pieno impiego della manodopera. I tempi morti di queste famiglie contadine mediterranee sono più limitati che a nord. Soprattutto le viti e i gelsi richiedono lavoro proprio in quei periodi dell’anno in cui i grani lascerebbero qualche tempo libero. Questa agricoltura è a più alta intensità di lavoro di quella del nord. Ciò deriva anche dal fatto che la dotazione di bestiame è molto più modesta nel Mezzogiorno che nel nord. La vanga e la zappa molto più che l’aratro, di solito di dimensioni assai modeste, sono l’emblema di questa agricoltura. Minore intensità di terra e di capitale, quindi, e maggiore intensità di lavoro (P. Malanima, Economia preindustriale. Mille anni: dal IX al XVIII secolo, Milano, Bruno Mondadori, 2000, pp. 173-175).

 

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