Corporazione: Associazione di produttori (padroni di botteghe, lavoranti, apprendisti) dotata di una gerarchia, di funzione politica, giurisdizionale, fiscale, amministrativa, cerimoniale (P. Viola, L’Europa moderna. Storia di un’identità, Torino, Einaudi, 2004, p. 350).
Corporazioni: Il termine indica, generalmente, associazioni di artigiani, professionisti, mercanti, professori e studenti universitari, lavoratori, volte alla difesa degli interessi comuni. In epoca medievale, soprattutto con la fioritura della vita urbana, le corporazioni «di mestiere» si sviluppano in tutta Europa, con una grande varietà di nomi: in Italia, fra gli altri, arti, cappelle, collegi, compagnie, corpi, fraglie, matricole, scuole, universitates (in Germania, Inghilterra, Fiandra e Francia prevale il termine gilde). Nate come libere associazioni, le arti ben presto assumono il monopolio del proprio settore di attività, stabilendo le regole commerciali, i prezzi delle merci prodotte, i salari, gli orari di lavoro degli operai. In età comunale le arti svolgono un decisivo ruolo politico, distinguendosi – soprattutto in Italia centrale e settentrionale, nei Paesi Bassi e nelle città anseatiche – in arti maggiori (che raccoglievano le attività economiche di maggior prestigio) e arti minori (che raccoglievano lavori artigianali di minor peso). A Firenze, il caso più studiato, le arti maggiori erano sette (giudici e notai, mercanti di Calimala, cambiatori, medici e speziali, pellicciai, della lana e della seta) e le minori quattordici (albergatori, beccai, calzolai, chiavaiuoli, corazzai, correggiai, fabbri, fornai, galigai, linaiuoli, legnaiuoli, maestri di pietre e legname, oliandoli, vinattieri). È importante sottolineare il ruolo politico svolto dalle arti nella vita cittadina italiana, soprattutto fra Due e Trecento, quando le arti vengono integrate nell’amministrazione comunale, giungendo spesso a dominare la scena politica attraverso il comune di popolo: l’appartenenza alle arti era infatti un prerequisito per partecipare ai consigli di governo, laddove la costituzione era basata sulle arti medesime. Il peso politico delle arti diminuisce con la perdita delle libertà urbane, ma esse continueranno, fino alla Rivoluzione francese, a costituire lo strumento regolatore della vita economica cittadina in Europa, pur divenendo col tempo, e sicuramente nel Settecento francese, più un elemento conservatore e di ostacolo alla trasformazione capitalistica che un soggetto propulsore (Alcune parole chiave della storia medievale, in Storia medievale, lezioni di E. Artifoni et al., Roma, Donzelli, 1998, p. 686).
Corporazioni, corporativismo: Teoria secondo la quale il migliore principio organizzativo della società è costituito dalla rappresentanza di interessi economici e professionali omogenei, quali appunto le corporazioni, realtà associative dotate di lunga tradizione in Italia e in Europa a partire dal tardo medioevo. Ma l’idea di un’organizzazione unitaria, non conflittuale e non competitiva, della società, comprendente padroni e operai, atta a evitare la «lotta di classe» e magari a sostituire i parlamenti liberamente eletti con una rappresentanza «organica» degli interessi, è tipica dell’età contemporanea, perché si oppone appunto al socialismo e al liberalismo. A proporre il corporativismo nell’Ottocento il cattolicesimo sociale che trova in D’Assounville in Francia e in Toniolo in Italia i suoi maggiori rappresentanti; nel Novecento agitano il tema del corporativismo il nazionalismo prima, e il fascismo poi, alla ricerca della «terza via» tra comunismo e capitalismo. Dopo la caduta del fascismo il termine corporativismo è quasi scomparso dal linguaggio politico, se non in un’accezione spregiativa. Una corrente sociologica e storiografica attuale tende a parlare di corporativismo con riferimento alla decadenza delle istituzioni rappresentative come luogo della decisione politica, e al ruolo fondamentale giocato viceversa dell’accordo tra le organizzazioni operaie e quelle padronali nella determinazione delle politiche pubbliche nella Repubblica di Weimar o nei paesi socialdemocratici europei del secondo dopoguerra (Alcune parole chiave della storia contemporanea, in Storia contemporanea, lezioni di A. M. Banti et al., Roma, Donzelli, 1997, pp. 638-639).