Comunismo

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Comunismo: Se non la parola, l’idea (o l’ideale) del Comunismo ha una sua lunghissima storia. Con essa si intende un tipo di società (ma anche la dottrina o l’ideologia che la sostengono e il partito o il movimento che si propongono di tradurla in pratica) caratterizzata dalla comunione dei beni o dalla socializzazione dei mezzi di produzione. Il Comunismo dei beni (o della distribuzione o del consumo) è stato tante volte teorizzato nelle società arcaiche o tradizionali o agrarie, in epoche cioè segnate dalla scarsità, in cui il principale problema è sempre stato quello della proprietà della terra e dei suoi frutti; in questi contesti i progetti rivoluzionari sboccavano, come scrisse criticamente Marx, in un egualitarismo rozzo, perché povero e moralistico, e in un «ascetismo generale». Le teorie comunistiche moderne invece, a partire da Étienne Cabet (1788-1856), sono figlie del processo di industrializzazione e dell’affermazione del modo capitalistico di produzione e spostano l’accento sulla socializzazione dei mezzi di produzione, allo scopo di realizzare l’eguaglianza sostanziale in una «società dell’abbondanza». In ogni caso dire Comunismo è dire eguaglianza, a sua volta intesa nei termini di piena realizzazione della giustizia sociale. L’idea comunista ha avuto talora presupposti filosofici o religiosi. Un caso del primo tipo è Comunismo aristocratico di Platone (427-347 a.C.), un Comunismo tutto particolare perché riservato alle classi superiori (reggitori dello Stato e guerrieri), consistente non tanto nella comunione quanto nella privazione dei beni (la terza classe dei lavoratori produce per tutti) e motivato dall’esigenza di non distrarre le classi dirigenti dalle loro funzioni pubbliche. Casi del secondo tipo si sono affermati a più riprese nella storia della Chiesa in nome dell’egualitarismo evangelico o mediante il richiamo al comunitarismo apostolico delle chiese primitive. Nell’età moderna l’ideale comunistico ha alimentato numerose utopie, a cominciare proprio dall’Utopia (1516) di Tommaso Moro (1478-1535); le altre più note sono La città del sole (1602) di Tommaso Campanella e, nel Settecento, il Codice della natura (1755) di Étienne-Gabriel Morelly. Nell’età contemporanea l’ideale della società comunista è strettamente associato ai nomi di Karl Marx (1818-1883), Friedrich Engels (1820-1885) e Lenin (1870-1924) ed ha assunto un ruolo di primo piano nella storia del Novecento. Secondo Marx il Comunismo sarebbe stato il coronamento della rivoluzione socialista e del successivo periodo di transizione, una volta superato del tutto il pericolo di una controrivoluzione borghese; la società comunista si sarebbe costituita all’insegna del principio «da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni» e sarebbe caratterizzata dell’eliminazione sia della proprietà privata dei mezzi di produzione che dello Stato, nonché dal superamento della divisione della società in classi e della divisione del lavoro. Comunismo, per Marx e per tutto il pensiero marxista, ha sempre significato fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo ed emancipazione totale. Peraltro, sempre per Marx, Comunismo non doveva significare abolizione di ogni proprietà, ma della proprietà borghese, in quanto mezzo di sfruttamento, cioè di appropriazione di (plus) valore: «Il comunismo non toglie a nessuno il potere di appropriarsi prodotti della società; toglie soltanto il potere di assoggettarsi il lavoro altrui mediante tale appropriazione» (Manifesto del partito comunista, II) (Dizionario di Filosofia, a cura di P. Rossi, Milano, La Nuova Italia, 2004, p. 63).

Vedi anche Socialismo.

 

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