Bottega

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Bottega dell’orafo, dal De spherae (1480-1490), Modena, Biblioteca estense, lat 209 c. 10r.

Bottega: «Bottega, cioè iscuola», scriveva tra il Trecento e il Quattrocento il fiorentino Giovanni di Pagolo Morelli nei suoi Ricordi.[1] La bottega artigiana era il luogo per eccellenza nel quale avveniva la trasmissione del sapere tecnico (P. Malanima, Economia preindustriale. Mille anni: dal IX al XVIII secolo, Milano, Bruno Mondadori, 2000, p. 264). […] più del mercato cittadino e rurale e molto più della fiera, è testimonianza della diffusione della circolazione monetaria. Non si tratta più di uno strumento discontinuo di scambio, ma di una forma di organizzazione che garantisce l’incontro continuo della domanda con l’offerta. In età tardo-medievale la bottega è il luogo dove si fabbricano articoli, dove si apprende come fabbricarli e anche dove si vendono. In un forno si fabbrica il pane, l’apprendista impara le regole del mestiere, si vende poi il prodotto realizzato. Lo stesso vale per ogni altro artigiano, come il fabbro, il sarto, il pittore. Gli artigiani popolano tutte le città europee. Quanto più le città sono grandi e quanto più la clientela è vasta, tanto più accentuata la specializzazione dei lavori e dei compiti. […] Nelle città più grandi le diverse botteghe artigianali hanno tendenza a raggrupparsi generando, così, una sorta di specializzazione dello spazio urbano. C’è la strada dei tintori, quella dei berrettai, quella dei sarti e così via. Tra i mestieri più rappresentati vi sono quelli tessili, quelli della lavorazione del cuoio e quelli dell’alimentazione. […] Nelle città le botteghe si addensano e paiono più numerose che fuori. In realtà anche nella campagna sono numerose (P. Malanima, Economia preindustriale. Mille anni: dal IX al XVIII secolo, Milano, Bruno Mondadori, 2000, pp. 472-473).

[1] G. Morelli, Ricordi, a cura di V. Branca, Firenze, Le Monnier, 1969.

 

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