Bollettino di sanità: apparsi a Venezia in seguito alle grandi pestilenze del Tre e Quattrocento (1348-1352, 1382, 1423-1425, 1462, 1469, 1478, 1485), i bollettini di sanità dovevano permettere alle persone di circolare in tempo di epidemia.[1] Si trattava di certificati rilasciati da una magistratura specifica, i Provveditori alla Sanità, ai viaggiatori giudicati “sani”, che dovevano poi presentarli alle autorità locali lungo il loro cammino. A partire dalla seconda metà del XV secolo, esibire questi bollettini (o bolle, bollette) divenne obbligatorio per poter entrare e alloggiare nelle città dell’Italia settentrionale, ma anche nei domini del ducato di Savoia e nella regione lionese. […] Questo dispositivo mirava proprio a non bloccare ogni spostamento in tempo di epidemie, ma la sua macchinosità esasperava alcuni viaggiatori: è il caso di Michel de Montaigne (1533-1592), che ci vedeva prima di tutto un modo «per spillare quei pochi soldi che costano».[2] Quanto al memorialista inglese John Evelyn (1620-1706), vedeva in questi bollettini l’espressione della «gelosia» che le città italiane nutrivano le une verso le altre, miscela di esaltazione delle identità locali e sfruttamento opportunista dei timori sanitari in un contesto di concorrenza commerciale.[3] […] Questo sistema continuò a funzionare in Italia fino al XVIII secolo, di fronte a una virulenza delle epidemie particolarmente robusta e variegata (peste, ma anche lebbra, tifo, sifilide, vaiolo, colera, tubercolosi, ecc.). Il contagio non si propaga solo per via terrestre, e bisogna vegliare anche sui porti e sui litorali. Questo è il campo della “patente marittima”, il cui si diffonde nel corso del Seicento, parallelamente alla creazione di uffici di sanità e all’incremento del numero di lazzaretti. Anche qui, la questione è permettere la prosecuzione del traffico marittimo (e quindi la circolazione di persone e di merci) in uno spazio mediterraneo dove la peste resta onnipresente. […] La patente aveva dunque la funzione di informare sulla situazione sanitaria del luogo di partenza, e degli eventuali scali che la nave aveva toccato. Consegnata dai consoli in servizio nel porto d’imbarco o verificata ai vari scali, era detta «netta» quando tutti questi luoghi erano dichiarati immuni dalla peste, «tocca» quando esisteva un sospetto di epidemia, e «sporca» quando almeno uno dei punti di passaggio era considerato contaminato. All’arrivo della nave in un porto francese o italiano, era la patente a far fede dello stato di salute dell’equipaggio, indicando il trattamento sanitario che doveva essergli riservato: chi presentava una patente netta era spedito in lazzaretto per due o tre settimane, mentre con una patente sporca ne toccavano quattro o cinque. Beninteso, gli ambienti degli affari si lamentavano regolarmente della pesantezza di questi dispositivi, in cui vedevano un ostacolo al negozio e un costo supplementare per gli armatori. Questa impazienza, tuttavia, poteva rivelarsi doppiamente fatale: da un lato la falsificazione delle patenti era passibile di pena di morte, dall’altro un allentamento delle norme sanitarie poteva permettere una ripresa dell’attività epidemica (G. Calafat-M. Grenet, Mediterranei. Storia delle mobilità umane (1492-1750), traduzione di Filippo Benfante, Roma, Viella, 2025, pp. 142-145; ed. or. Mediterranées. Une histoire des mobilités humaines (1492-1750), Paris, Points, 2023).
[1] C. Judde de Larivière, Du sceau au passeport. Genèse des pratiques médiévales de l’identification, in L’Identification. Genèse d’un travail d’État, a cura di Gérard Noiriel, Paris, Belin 2007, pp. 57-78; V. Groebner, Who are You? Identification, Deception, and Surveillance in Early Modern Europe, New York, Zone Books, 2007, p. 176; R. Salzberg, Controlling and Documenting Migration via Urban “Space of Arrival” in Early Modern Venice, in Migration Policies and Materialities of Identification in European Cities. Papers and Gates, 1500-1930s, a cura di Hilde Greefs e Anne Winter, New York-London, Routledge, 2019, p. 35.
[2] M. de Montaigne, Viaggio in Italia, introduzione di Giovanni Greco, trad. e note di Ettore Camesasca, Milano, BUR Rizzoli, 2003, p. 196 (Verona, 1-2 novembre 1580).
[3] G. Calafat, La Contagion des rumeurs. Information consulaire, santé et rivalité commerciale des ports francs (Livourne, Marseille et Gênes, 1670-1690), in Les Consuls en Méditerranée, agents d’information (XVIe-XXe siècle), a cura di Silvia Marzagalli, Paris, Classiques Garnier, 2015, p. 99.