Beneficio

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Beneficio: Il carattere vantaggioso di questo tipo di cessione ben si ricava dalla sua denominazione latina, beneficium; solo in età basso medievale avrà fortuna il termine equivalente di «feudo». Si tratta di assegnazioni fondiarie fatte già in età merovingia da parte di un proprietario ben disposto. Il beneficio costituisce una forma particolare di tenure (in francese, mentre il termine tedesco è Leihe), la quale comporta una serie di canoni fissi e di prestazioni di lavoro da parte di chi riceve la terra, di solito frazioni (mansi) delle grandi proprietà (villae), non sfruttate direttamente dal grande proprietario. L’origine della tenure risale al basso impero, e risalgono alla tarda romanità anche i benefici di età merovingia più noti, le precariae: in questo caso il beneficiario diventa l’usufruttuario di un bene fondiario. Con tre concili dei primi anni quaranta del secolo VIII si cerca di porre rimedio alle usurpazioni di beni ecclesiastici attuate dai Pipinidi-Carolingi per dotare di benefici la propria clientela: le restituzioni previste non hanno tuttavia luogo, perché non si possono privare i guerrieri di un contributo così rilevante per il loro mantenimento. Questi benefici, ormai vitalizi, finiscono per prevedere il pagamento di un canone alla chiesa o al monastero che ne è proprietario e quando sono concessioni autorizzate dai sovrani assumono nel giro di pochi decenni la denominazione di precariae verbo regis, per distinguerle da quelle liberamente attuate dalle chiese. I benefici presto non si limitano solo ai beni fondiari ma si estendono alle cariche, laiche o ecclesiastiche: in età tardo carolingia anche i comitati sono dati in beneficio a vassalli regi. I benefici, dapprima intrasmissibili, gradualmente diventano ereditari (i due passaggi chiave di questo processo sono il capitolare di Querzy dell’877 e l’edictum de Beneficiis del 1037); quando questa patrimonializzazione è diventata irreversibile e, tra X e XI secolo la concessione del beneficio si è unita definitivamente al vassallaggio, al termine beneficio si è ormai sostituito quello, destinato poi a maggiore fortuna di feudo. Per beneficio ecclesiastico si intende invece, sin dai secoli centrali del medioevo, l’insieme dei beni destinati al sostentamento di un ecclesiastico, o meglio del titolare di un ufficio della chiesa (dal vescovo al parroco, ma anche un abate ecc.). A partire dall’età della riforma, con il parziale superamento del sistema delle chiese private, e con il riordino dei patrimoni costituiti da proprietà e donazioni pie, a ciascun ufficio corrispose un beneficio: sicché chi otteneva una carica ecclesiastica otteneva anche un beneficio, che anzi diventava sovente il vero obiettivo delle strategie politiche all’interno della gerarchia ecclesiastica (Alcune parole chiave della storia medievale, in Storia medievale, lezioni di E. Artifoni et al., Roma, Donzelli, 1998, pp. 688-689).

Beneficio: vedi Rapporto vassallatico-beneficiario.

 

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