Pesi e misure siciliane da riformare. Una questione ottocentesca

Pesi e misure siciliane da riformare. Una questione ottocentesca

Nell’Europa in trasformazione il Regno di Sicilia è chiamato a razionalizzare e modernizzare i suoi sistemi metrici e ponderali attraverso un vivace dibattito e una complessa riforma

Come nascono le unità di misura?

Non sempre capita di chiedersi da dove provengano le unità di misura, come siano nate e come si siano diffuse all’interno di una società. Eppure, utilizziamo quotidianamente complessi sistemi di misura per ottenere la lunghezza di una mensola, chiedere tre etti di prosciutto al droghiere, lamentarsi del prezzo di un litro di benzina. Questi sistemi che oggi usiamo con naturalezza a padronanza, tuttavia, non sono sempre stati uguali nel corso dei secoli. Il sistema metrico decimale, ad esempio, è adottato oggi in tutto il mondo con l’eccezione degli Stati Uniti e di qualche altra nazione, ma non è stato sempre utilizzato. Esso fu elaborato e applicato in Francia alla fine del diciottesimo secolo e fu alla lunga preferito per la sua scientificità, precisione e coerenza. Prima della sua introduzione però, in Europa erano in uso sistemi “a misura d’uomo” (il piede, il palmo, il pollice, ecc.), i quali erano caratterizzati da sistemi numerici molto più complessi di quelli odierni. Inoltre, questi variavano da regione a regione, o addirittura da città a città.

Eccezioni all’uso del sistema metrico decimale

Ancora oggi negli Stati Uniti, dove è in vigore il sistema consuetudinario, derivato da quello imperiale britannico, sono usati il miglio, la iarda, il piede e il pollice. Il Regno Unito ha introdotto il sistema metrico decimale soltanto nel 1965, ma la gran parte dei sudditi di Sua Maestà britannica continua a utilizzare quello imperiale. Nella Sicilia preunitaria, invece, si utilizzava il palmo, unità di misura lineare equivalente a 12 oncie. Multiplo del palmo era invece il miglio, formato da 5760 palmi. Tra il miglio e il palmo però si misuravano anche la corda, la catena, la canna, la mezza canna e il passetto. Al di sotto del palmo e dell’oncia si contavano come sottomultipli la linea e il punto. E questa complessità si ritrova in tutta l’Europa di Antico regime. I sistemi preesistenti a quello metrico decimale, molti dei quali derivanti da complesse evoluzioni delle unità di misura romane, sono particolarmente interessanti, poiché esprimono una forte connotazione sociale e politica e sovente sono chiavi per interpretare i rapporti tra attori commerciali, produttori e istituzioni. Essi sono espressione e ragione degli scambi commerciali, del mercato del lavoro e della terra, della fiscalità. In alcuni casi permangono nella cultura di un luogo, spesso contadina. In molti avranno sentito utilizzare da parte dei genitori o dei nonni termini come salme o tumuli per riferirsi alle superfici delle proprietà terriere.[1]

È possibile riformare i sistemi e le unità di misura?

Per questo motivo la trasformazione delle pratiche di misurazione, così come l’adozione di un sistema non è un’operazione neutra, indolore e priva di conseguenze. Tuttavia, le riforme di tali sistemi in età moderna sottintendono processi politici e istituzionali di transizione fondamentali del Settecento e dell’Ottocento. La riforma del sistema ponderale siciliano del 1809 manifesta la volontà di fare ordine e chiarezza in un sistema caratterizzato dalle prerogative di soggetti che si accavallano, che sono in concorrenza e che talvolta si contrappongono gli uni e gli altri, ma che godono del favore del privilegio e della tradizione. Essa è quindi volontà di imporre una e una sola misura in tutto il Regno, ma è anche una necessità se si pensa che erano in corso cambiamenti di carattere amministrativo e fiscale, come la riforma doganale e la catastazione, e che molte città dell’isola continuavano ad avere di fatto il loro sistema di misura e le loro varianti. Ad esempio, la canna, unità di lunghezza lineare, usata solitamente nella vendita dei tessuti, se era “palermitana” misurava metri 2,046142, mentre se era di Messina equivaleva a m. 2,090274.[2] Con la riforma del 1809 la canna fu fissata a m. 2,06783 in tutto il territorio del Regno di Sicilia. Stessa cosa accadeva per la misurazione del volume degli aridi, eseguita versando il cereale nel tumulo, un cilindro di misurazione, il quale poteva variare di diametro e di altezza. Con tali operazioni lo Stato tentava di consolidare la sua centralità, facendo valere il suo attributo di potere nei confronti di altre giurisdizioni concorrenti.

La riforma ponderale siciliana e la Deputazione dei pesi e della misura

Il nuovo clima culturale e civile, che maturò nell’ultimo trentennio del Settecento e i risultati della rivoluzione scientifica resero possibile, se non indispensabile, una riforma delle misure siciliane. Il motore della riforma fu l’astronomo teatino Giuseppe Piazzi (1746-1826) che, insieme ai professori Domenico Marabitti (1764-1822) e Paolo Balsamo (1764-1816), fece parte della Deputazione dei pesi e della misura, istituita da Ferdinando di Borbone con un dispaccio del 19 febbraio 1808. La creazione di una deputazione e l’intenzione di riformare un sistema complesso, come quello delle unità di misura, era parte di un processo, intriso di nuovo spirito pubblico, che caratterizzò il periodo compreso tra gli anni Settanta del Settecento e la Costituzione siciliana del 1812. Le deputazioni, così come le giunte, erano magistrature speciali, istituite con l’obiettivo di trovare soluzioni a problemi concernenti i cambiamenti politici, le situazioni di emergenza oppure di operare in contesti in cui l’azione delle magistrature ordinarie non era in grado di ottenere risultati concreti o di aggirare vincoli giuridici e consuetudinari. In taluni casi però, giunte e deputazioni erano strumenti del governo attraverso i quali attuare riforme e programmi di rinnovamento. Nonostante questi tentativi, mancarono forti direttrici capaci di canalizzare tensioni sociali e politiche e spinte economiche verso un preciso obiettivo di ammodernamento delle strutture del Regno.

La riforma nella «grande trasformazione»

La riforma dei pesi e delle misure va vista comunque all’interno di un più ampio processo di trasformazione, insieme ad altri interventi come la riforma doganale del 1802, la quale realizzò l’uniformità di norme e procedure, l’abolizione di franchigie e privilegi e la creazione di un’unica tariffa daziaria per il Regno. Tuttavia, andrebbero anche menzionate la nuova numerazione delle anime e il catasto dei beni, ottenuti dal viceré Caramanico, e la censuazione dei beni demaniali disposta dal marchese Caracciolo nel 1787, senza dimenticare la riforma fiscale del 1810 e l’abolizione della feudalità nel 1812. La scelta di non adottare il sistema francese, che allora s’imponeva con i successi delle truppe napoleoniche, fu determinata dall’astronomo Piazzi, prediligendo l’architettura di un sistema metrico siculo, che rispondesse comunque a quella necessità di razionalizzazione, precisione e coerenza, pur mantenendo un sistema di numeri complessi basati sul 12 ed eliminando tutte le varianti presenti nell’isola. La modernità della riforma non stava tanto nell’adozione di un unico sistema metrico-ponderale, bensì nella flessibilità del sistema transitorio e nella creazione di un sistema di Deputazioni, oltre a quella centrale, al quale affidare il compito di supportare il complesso processo di applicazione della nuova legge, così da favorirne lo svolgimento in maniera coerente e omogenea sull’intero territorio dell’isola. In particolare, venivano previste nove Deputazioni, con sede nelle città di Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Caltagirone, Girgenti, Mazzara, Castrogiovanni e Nicosia. Queste dovevano essere composte dal sindaco, da un ecclesiastico e due notabili con comprovate competenze.

Obiettivi della riforma e resistenze ai cambiamenti

L’obiettivo di uniformare sistemi esistenti da secoli, radicati e carichi di prerogative localistiche non fu raggiunto in maniera semplice, indolore e senza conseguenze. A insorgere contro la riforma furono i Consigli civici, che si trovarono privati d’un tratto di prerogative secolari. Tante furono le resistenze psicologiche e politiche al cambiamento. Critiche al nuovo sistema provennero perfino dalla Giunta dei Presidenti e del Consultore, organo politico siciliano che a partire dal XV secolo svolgeva una funzione di collaborazione all’attività del viceré. Malgrado le difficoltà la riforma sopravvisse, sebbene ulteriori problemi sorgessero con l’unione dei regni di Sicilia e di Napoli nel 1816, nei quali rimasero vigenti due sistemi differenti fino al 1861.

Verso il sistema metrico decimale

L’esperienza e la vicenda storica della Suprema Deputazione dei pesi e delle misure sono considerevoli per comprendere una parte della storia siciliana del XIX secolo, poiché segnano la rottura con un sistema di misurazione inconciliabile con la “grande trasformazione” economica in corso allora in Europa. Ciò è dimostrato dalla continuità istituzionale tra la Deputazione e la Giunta metrica siciliana. Quest’ultima si occupò di attuare il passaggio dal sistema isolano a quello metrico decimale esteso nel 1861 dal Regno di Sardegna all’Italia unita e si avvalse di buona parte del lavoro dell’astronomo Piazzi.

Per approfondire

Per chi volesse approfondire alcuni aspetti di questa vicenda e saperne di più sulla metrologia siciliana di antico regime, è stato recentemente pubblicato per i tipi di Palermo University Press Una e una sola misura. L’utopia dell’abbate Piazzi di Antonino Giuffrida, docente di storia moderna. Il libro, che fa parte della collana Frammenti, descrive i sistemi di misura siciliani di antico regime e racconta le vicende storiche e istituzionali di due importanti riforme dei sistemi nel 1601 e nel 1809, fino all’introduzione del sistema metrico decimale con l’unità d’Italia.

Pietro Simone Canale

[1] Nelle misure siciliane esiste una corrispondenza tra l’unità di misura per gli aridi e l’unità di misura per le superfici: per seminare una salma di terreno serviva una salma di sementi.

[2] È interessante notare come i campioni “i metri” fossero soggetti, se di canapa o legno, a restringimento o allungamento a causa delle variazioni igrometriche o, in genere, climatiche, le quali potevano enormemente incidere sulle grandi quantità del commercio.

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