1917. L’anno della rivoluzione di A. D’Orsi

Angelo D’ORSI, 1917. L’anno della rivoluzione, Bari-Roma, Laterza. 2016, 268 pp., [i Robinson/Letture].

Raccontare un secolo raccontando un anno
Gli accadimenti del 1917 costituiscono il prologo degli eventi di un intero secolo, il Novecento. Attraverso gli eventi di questo anno è possibile raccontare l’Occidente narrando gli eventi, e nemmeno tutti, di un anno. Il volume è organizzato come un percorso tra i dodici mesi, disposti in un rigoroso ordine temporale. L’anno 1917 mostra il volto del secolo Novecento. Il XX secolo è il secolo del trionfo e del declino, il secolo della speranza e della sconfitta, il secolo della contraddizione e dell’illusione. Tutto ciò se accettiamo il principio che un fatto storico si definisce e si misuri non per ciò che è, ma per ciò che produce. Nel 1917 sono tanti i fatti storici, dalla Casa Bianca a Caporetto, da Fatima a Gerusalemme, dal Palazzo d’Inverno a Montecitorio, da Passchendaele ad Halifax, intrinsecamente collegati e mai isolati, anche quelli tra i più distanti e arbitrari, ma che contribuiscono a dare forma e connotazione al secolo che seguirà. Una lunga linea collega le nazioni belligeranti e le masse condotte al macello: la linea del fronte che nella trincea ha il suo massimo ed esasperato esempio.

La guerra di trincea e i suoi “germi”
La trincea è una lunga fossa scavata nella terra, una tomba ancor prima della morte, è il luogo dove «i soldati trascorrono settimane, mesi, anni, ammalandosi, e spessissimo morendo, di tifo, tubercolosi, polmonite, dissenteria, denutrizione, colera, disidratazione; per non parlare delle forzose convivenze oltre che con umani, in spazi angusti e insalubri, con ratti e con insetti micidiali, come le cimici e i pidocchi, e con innumerevoli specie di parassiti» [p. 7]. E proprio come le uova e le larve di questi «insetti micidiali» si schiudono e crescono, prima di giungere a forma matura e compiuta, così nel 1917 sono già deposte le “uova fatali” dei grandi drammi successivi come il fascismo, la questione israelo-palestinese o la successiva guerra o la repressione del movimento socialista nelle sue forme più intransigenti e la sua lenta e silente sconfitta a vantaggio del capitalismo estremo, che della guerra si nutre e trae le possibilità della speculazione avida.

Le “uova fatali” del Novecento
I tratti distintivi del Novecento possono essere compresi a partire dalla Grande Guerra, poiché in essa hanno concepimento e innesto i tratti distintivi del Novecento. La guerra è grande perché inimmaginabile nelle proporzioni, nelle atrocità e nell’efferatezza, nelle conseguenze a confronto con le cause, per i numeri della «inutile strage». Eppure la celebre esortazione di papa Benedetto XV «ai capi dei popoli belligeranti» giunse solo dopo tre anni di guerra, il 1° agosto 1917. Fu proprio la formula della «inutile strage» a suscitare l’irritazione dei governanti delle nazioni belligeranti, «persuasi che la strage, per il fatto stesso d’essere così terribile, non poteva essere definita inutile, se non a rischio di delegittimare d’un colpo tutti i governi che la proseguivano». Le proposte del Vaticano per una pace senza vincitori né vinti susciteranno «nel migliore dei casi l’indifferenza, altre volte l’indignazione e il dileggio dei destinatari».[1]

L’anno della Rivoluzione
Angelo D’Orsi, professore ordinario di storia del pensiero politico all’Università di Torino, racconta il 1917 con l’obiettivo di portare alla luce, scoperchiando le pesanti lapidi dei sacrari, i prodromi di eventi ben più nefasti di quelli già trascorsi, lavorando su piani storiografici diversi come quello della storia delle relazioni internazionali e quello politico interno degli Stati, o quello del socialismo, fino a giungere alla microstoria, ripescando fatti, apparentemente di scarsa importanza, ma fondamentali alla narrazione dell’anno della Rivoluzione. Narrazione che lo stesso autore dichiara di essere soggettiva, poiché è stata fatta una «selezione dei fatti» ed è stato attribuito un peso a ciascuno di essi: «il libro è organizzato come un percorso tra i dodici mesi, disposti in rigoroso ordine temporale. Per ogni mese [l’autore ha] evidenziato alcuni avvenimenti, costruendo una narrazione che li connetta, privilegiando naturalmente i più rilevanti, ma aprendo squarci su fatti minori, capaci di far penetrare l’atmosfera di quell’anno così importante nella storia non soltanto del secolo XX» [p. VII]. La scelta degli eventi e degli episodi raccontati nel libro sarà oggetto di dibattito tra i lettori e gli studiosi, ma di sicuro non ne condiziona il valore storiografico.

I fronti della guerra
Il 1917 è l’anno della stanchezza e delle inutili imprese militari organizzate a tavolino dagli Alti comandi, come quello italiano, in cui Cadorna e suoi accoliti si apprestano in un risiko sanguinario sulle Alpi Carniche e Giulie con un sadismo quasi patologico per la repressione del malcontento delle truppe, che, ancora prima di essere dissenso o sovversione è stanchezza, paura e incomprensione del morire senza conoscerne e capirne i motivi negli ordini dei “tromboni” in alta uniforme.
Non diversa è la situazione nel fronte occidentale:

Il mese [luglio] si chiude con l’avvio di una delle battaglie più lunghe, disastrose e inutili dell’intero conflitto, detta di Passchendaele, nelle Fiandre, o terza battaglia d’Ypres, di cui sono protagoniste le truppe britanniche, dislocate sul territorio in appoggio a quelle francesi, contro quelle germaniche. Preparata dall’esplosione delle mine disposte sotto le linee tedesche intorno alla cittadina di Messines, la battaglia, considerata nel suo corso lungo, durerà fino a ottobre inoltrato, producendo 340.000 morti fra i britannici e 202.000 fra i tedeschi: il generale britannico, nobile e figlio di generale, Hubert Gough ne parlerà come della «più insoddisfacente delle maggiori operazioni britanniche in Francia» [pp. 119-120].

Eppure, egli stesso farà come il generale Cadorna, accusando i soldati che manda a morire senza alcun vero scopo strategico di essere stati inadatti al compito, in quanto irlandesi. Per la sua crudezza, per l’insensata devastazione della zona, per l’uso dell’arma aerea e dei gas asfissianti, Passchendaele entrerà di diritto nei momenti dell’Armageddon della guerra.

La compressione delle libertà e dei diritti civili e politici
Cadorna e Gough non sono i soli ufficiali che urlano sempre più spesso contro i «ciarlatori molesti» della politica, nei parlamenti e sui banchi del governo. Accuse e rimbalzi che non tengono conto del concorso nelle colpe e nelle tendenze alla «forte compressione delle libertà e dei diritti civili e politici nelle società» presenti in tutte le nazioni coinvolte. È il caso del decreto n. 1562 dell’ottobre 1917, che reca il nome del ministro di Grazia e Giustizia e Affari di culto, Ettore Sacchi (1851-1924), «sulle manifestazioni ostili alla guerra o lesive di interessi connessi, che colpisce chiunque contribuisca con qualsiasi mezzo, commette o istiga a commettere un fatto che può deprimere lo spirito pubblico o altrimenti diminuire la resistenza del paese o recar pregiudizio agli interessi connessi alla guerra» [p. 159]. È definito degno «del più tirannico Stato assoluto». «In altri termini, il decreto, che avrà un peso enorme nei mesi successivi, allarga la sfera del “delitto”, riguardando i giudizi e commenti espressi da cittadini (per esempio in una trattoria, in un pubblico ritrovo, su di un treno o un tram), ma anche la semplice diffusione di notizie false, diffuse con dolo, oltre che l’espressione di auspici (che arrivi la pace, comunque al più presto) o paure (che la guerra duri ancora a lungo). Si sa che in tempo di guerra le notizie false si confondono con quelle vere, e comunque era ben difficile dimostrare che vi fosse dolo, e dunque le condanne cominciano a fioccare: tanto più che i processi, in applicazione del decreto, non si svolgeranno davanti alla magistratura ordinaria, bensì nei Tribunali militari» [p. 159]. Venivano nullificati i diritti politici. Il decreto sarà utilizzato anche per colpire con condanne pesanti, fucilazione compresa, i militari accusati di aver pronunciato frasi disfattiste o pacifiste, o di aver cantato inni sovversivi, pur se in stato di ubriachezza. Ma anche per aver manifestato in passato simpatie «clerico-neutraliste» o, peggio, socialiste (quest’accusa è usata come aggravante). A ciò si unisce anche la persecuzione dei parenti, atteggiamento tipico degli ambienti mafiosi o oggi delle azioni militari israeliane in Palestina.
Alla nullificazione dei diritti politici corrisponde il «prevalere dell’Esecutivo sul Legislativo, e l’introduzione di leggi emergenziali che segneranno tracce profonde nella cultura giuridica di quasi tutti i paesi» [p. 6].

La Rivoluzione russa
Il 1917 è l’anno della Rivoluzione russa. Il riferimento è al marzo di San Pietroburgo, all’aprile di Lenin e all’ottobre dei bolscevichi. Quest’ultimo è un evento epocale, disarmante nella lucidità con cui fu portato avanti dopo la fuga di Kerenskij, e che impensierì le cancellerie europee, già messe duramente alla prova dalle difficoltà interne e dall’inconcludenza bellica. Ampio spazio è dato in questo libro ai fatti russi. In fondo, il libro è pubblicato proprio in occasione del centenario della Rivoluzione russa, non con intento celebrativo, come è ormai consuetudine diffusa nella sonnolenta editoria italiana. In questo libro emerge una volontà, non espressa apertamente, ossia quella di non spegnere i riflettori su eventi fondamentali nella storia mondiale come la Rivoluzione russa, che volente o nolente ha dato il suo marchio al Novecento. Fatti sempre più rubricati e depositati a conoscenza approssimativa, come quello della Neva, che sopravvivono soltanto nei programmi scolastici e universitari, che sono così scomparsi dagli orizzonti e dal dibattito politico, non perché superati, ma perché scomodi, non funzionali alla narrazione liberal-liberista, che pur avendo momentaneamente seppellito il socialismo, ha timore di parlarne perché non si scopra che le ragioni delle masse sono ancora oggi ancora più valide che mai soprattutto in momenti in cui «le pasticcerie offrono biscotti e dolci costosi e prelibati, riservati alle bocche e agli stomaci dei “signori”» [p. 135], mentre imperversa il «disagio per la penuria dei rifornimenti di farine e di conseguenza [la] difficoltà della panificazione e della vendita del pane» [p. 134]. Questo era quello che avveniva a Torino nei giorni dell’insurrezione di luglio. Nulla di nuovo, ma di cui è meglio tacere.

L’umanesimo «comunista»
Tuttavia, si sottovaluta il modo in cui la Rivoluzione e il suo mito erano riusciti a fare accettare i sacrifici non solo con il terrore e la costante mobilitazione contro nemici reali o immaginari, ma anche in nome di un ideale, millenaristico ancorché terreno, di felicità: la società comunista. Ci si cullava nell’illusione che si stesse costruendo qualcosa di nuovo e unico per l’umanità. Era anche questa fascinazione un prodotto della Rivoluzione industriale, difatti se ne nutriva e la esaltava. Sul piano ideologico, siamo davanti a una forma di umanesimo, originata anch’essa da un ramo dell’Illuminismo e da una parte della Rivoluzione francese. Un umanesimo «comunista» che, a differenza di quello «liberale», considera l’umanità una qualità collettiva, e non di ciascun singolo individuo; e che quindi pone come obiettivo primario l’uguaglianza e il benessere collettivo, anche a scapito della libertà e del benessere dei singoli. Il risultato è che viene soppressa, pressocché ovunque, proprio la libertà dell’uomo e, con essa, la sua dignità. Nonostante l’umanesimo comunista perderà la sfida rispetto a quello liberale, lo riconosceranno anche diversi leader comunisti, il che andrebbe a loro merito. Ma tutto sommato, pur dovendo abbandonare il campo, quell’esperienza contribuirà a innestare nell’ordine liberale alcuni suoi postulati, forse non incompatibili: in particolare l’attenzione verso gli ultimi, attraverso quel welfare state che le forze riformiste in Occidente hanno creato anche come risposta (piuttosto efficace) proprio al socialismo reale.[2] L’anno della rivoluzione è, come si diceva all’inizio, emblema di un secolo, di un mondo nuovo, marchiato di modernità e progresso sui quali è versato il sangue di milioni di morti gettati sulla bilancia, come fosse carne da macello. Modernità e progresso sono il paradigma della ricchezza dei “pescecani” da guerra, coloro che fiutano l’affare mentre fuori il mondo è già impazzito sotto le bombe, tra raffiche di mitragliatrice e nubi di gas letali. E là dove non arriva la morte arriva lo smarrimento e il disagio, in primis quello psicologico: «la guerra è una fabbrica di follia», dove s’accumulano i mostri della psiche e l’odio cieco dei decenni successivi.

Una lettura scorrevole e chiarificatrice
La narrazione di D’Orsi si dipana attraverso l’Europa tracciando linee apparentemente poco chiare, ma che, mese dopo mese, diventano trame di un mondo imbruttito, mutato in peggio, nonostante le tante speranze e le tante attese nel “sol dell’avvenire”.
La lettura è scorrevole e chiarificatrice, ma ciò non deve far pensare a un’opera di carattere celebrativo o di mera divulgazione. Quest’opera appare, piuttosto, come un concentrato di riflessioni che ci suggeriscono di guardare ai fatti del secolo nell’ampia prospettiva di un tempo trascorso doloroso e terribile, non adeguato a un ordine nel quale non v’è stato posto per le speranze dell’operaio e del contadino tanto per l’umanità e la solidarietà. La fraternizzazione e la tregua, come quella dei soldati austriaci, non può essere più tollerata e nemmeno compresa nel suo significato, perché quella narrazione della guerra non è più utile, proficua, conveniente. L’ultimo dicembre di guerra è il mese dell’ultima tregua di Natale con cui si conclude il libro. L’autore riporta un meraviglioso brano in cui Antonio Rotunno racconta il Natale e la fraternizzazione con i nemici a S. Andrea di Barbarana, in provincia di Treviso, il 24 dicembre 1917:

Ad un tratto, quando l’ora della notte è già inoltrata e quando tutti noi siamo seduti accanto al focolare su cui divampa vivida e grande una fiamma che benevolmente ci riscalda e ci illumina, ecco che tra il cupo e fitto silenzio giunge fino a noi l’allegro schiamazzare dei nostri nemici austriaci. Costoro, avendo trasformato le loro trincee in luoghi di divertimento, con chitarre, violini, mandolini, flauti e tamburi fanno un chiasso da baccanale, divertendosi a più non posso, come se si trovassero nelle proprie famiglie o nel proprio paese e non nel luogo terribile e pericoloso in cui si trovano. Si divertono, si divertono come se la guerra fosse già finita da un lungo periodo di tempo. Il loro divertimento, il loro strepito giunge sempre più distinto, sempre più preciso fino a noi, tanto che incuriositi usciamo dai nostri covi e, fermatici alle falde dell’argine di S. Andrea di Barbarano, assistiamo alla scena che i nostri nemici austriaci svolgono tra la più matta e la più sfrenata allegria nelle loro trincee, in questa notte memoranda e solenne del S. Natale dell’anno 1917. Tra le altre cose, è bello il fare menzione di un invito che, in modo di preghiera, è rivolto a noialtri italiani, e le cui parole, nonostante lo strepito ed il baccano che si fa nelle loro trincee, pure giungono fino a noi chiare e distinte. Essi ci dicono: – O buoni italiani, lasciateci divertire tranquillamente in questa sera della vigilia di Natale! Non tirate! Non tirate alla nostra volta! Vedete? Anche le nostre batterie non tirano mica e da parecchie ore sono diventate mute! Divertitevi anche voi e buona notte! E come per incanto, su tutta l’estensione del fronte del Piave sembra che regni la calma ed il silenzio, come se la guerra fosse cessata da lungo tempo o come se le trincee fossero vuotate o disertate dai due eserciti combattenti. Non si odono più quei soliti colpi del moschetto e del fucile che le sentinelle, di tratto in tratto, durante il proprio servizio, erano solite tirare a vuoto nel silenzio della notte, e neppure si ode più lo scoppio terribile delle granate e delle bombarde: le batterie nemiche e le nostre tacciono e tacciono sempre.[3]

La Grande Guerra e i “pescecani di guerra”
La Grande Guerra è il trionfo della tecnica e dell’industria, soprattutto per i produttori di armi (carri armati, mitragliatrici, gas asfissianti e maschere antigas, aeroplani), gli industriali che convertono i propri stabilimenti, ma che poi faticano a compiere la riconversione. C’è anche chi si arricchisce a dismisura, come Giovanni Agnelli e Riccardo Gualino che fondano una società di navigazione italo-americana (Snia), sfruttando la speculazione nata dalla difficoltà di trovare vettori marittimi a causa dei siluramenti. Come anche Senatore Borletti, che fonda La Rinascente (il nome è stato suggerito da Gabriele D’Annunzio), il primo grande magazzino d’Italia. I cosiddetti “pescecani di guerra”, ossia i capitalisti che hanno incrementato i profitti grazie al conflitto, in regime di oligopolio quando non addirittura di monopolio: testimonianza clamorosa della estrema disuguaglianza sociale che, mentre produce disgregazione della comunità nazionale, scava un baratro tra classe politica e paese reale.
Negli anni di guerra si rafforza la presenza dello Stato nell’economia con forte dirigismo e si rafforzano gli esecutivi, a discapito delle prerogative parlamentari. Anche i militari aumentano la loro influenza sugli apparati.

La narrazione che l’autore fa dei fatti del 1917 è quindi opposta a quella corrente del trionfo della pace e della prosperità, poiché dal libro emerge come pace e prosperità siano temi a uso e consumo sempre di qualcuno e a danno di qualche altro, come accade quando una madonna appare, una spia viene uccisa e uno speculatore ha battuto cassa. Il 1918 sarà l’anno della fine del conflitto e per questo sarà già scarico della tensione accumulata negli anni di guerra. Eppure nel dicembre del 1917 i soldati non hanno idea di quando finirà la guerra. Dopo Dicembre il libro riporta solo una cronologia dei fatti narrati e una bibliografia da consultare perché densa di riferimenti e spunti.

Pietro Simone Canale

 

[1] A. Barbero, Le parole del papa da Gregorio VII a Francesco, Torino, GEDI, 2021, pp. 78-79.

[2] Su questo tema può tornare utile anche E. Felice, Storia economica della felicità, Bologna, Il Mulino, 2017, pp. 240-243.

[3] A. Rotunno, La tregua di Natale, La Grande Guerra 1914-1918, in «L’Espresso», https://espresso.repubblica.it/grandeguerra/index.php?page=estratto&id=786 (ultimo accesso: 30/06/2023).

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1 Response to 1917. L’anno della rivoluzione di A. D’Orsi

  1. Avatar di franco di giorgi franco di giorgi ha detto:

    Caro Piero, complimenti per il tuo blog. Un abbraccio. Franco

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