Rosario LENTINI, Sicilie del vino nell’800. I Woodhouse, gli Ingham-Whitaker, il duca d’Aumale e i duchi di Salaparuta, Palermo, Palermo University Press, 2019, 267 pp., [Frammenti, 20].
La storia enologica siciliana del diciannovesimo secolo sembra avere una natura favolosa e per alcuni versi appare strabiliante, se si pensa alla rapidità con cui alcuni celebri vini si imposero sul mercato internazionale e agli apprezzamenti che i prodotti della nascente industria vinicola ricevettero. Tuttavia, dietro al successo del vino Zucco, per citare uno dei prestigiosi nomi in questo libro, o del marsala, si nascondono la passione, l’intuizione, la capacità di guardare oltre, le scelte imprenditoriali e il contributo della scienza. Tutto ciò è raccontato magistralmente nel delizioso libro di Rosario Lentini, Sicilie del vino nell’800, edito nel dicembre del 2019 per i tipi della Palermo University Press nella collana «Frammenti». L’autore, studioso di storia economica della Sicilia dal ‘700 al ‘900, ha scritto numerosi saggi sulla famiglia Florio, sui mercanti-banchieri inglesi e sulla secrezia di Palermo, sulla vitivinicoltura siciliana, tra i quali un’importante storia dell’invasione «silenziosa» della fillossera, e sull’economia delle tonnare.
Come si evince dal sottotitolo, I Woodhouse, gli Ingham-Whitaker, il duca d’Aumale e i duchi di Salaparuta, l’opera analizza le vicende storiche e familiari di alcune emblematiche esperienze sorte nelle province di Trapani e Palermo tra la fine del Settecento e la prima metà del ventesimo secolo. Attraverso lo studio di fonti documentarie, in primis quelle dell’Archivio di Stato di Palermo e degli archivi marsalesi, e di quelle a stampa dell’epoca, l’opera ha il merito di mettere da parte alcune delle ricostruzioni fantasiose ed aneddotiche fatte dagli stessi soggetti studiati per questioni che oggi definiremmo di marketing.
A essere narrate nella prima metà del libro, con dovizia di particolari e perizia di storico, sono la produzione e la commercializzazione del vino marsala da parte degli inglesi Woodhouse ed Ingham-Whitaker. Approfittando della congiuntura internazionale delle guerre napoleoniche e dell’occupazione britannica dell’isola, le due imprese commerciali riuscirono a imporre sul mercato inglese, inizialmente come prodotto per rifornire le truppe stanziate nel Mediterraneo, il vino marsala. Il successo di questo prodotto, nato come sostitutivo di alcuni vini liquorosi spagnoli e portoghesi come il porto o il madeira, portò alla creazione di una vera e propria industria vinicola indipendente dall’agricoltura. Tutto ciò segnava una “trasformazione”, analogamente a quanto avveniva nell’Europa della rivoluzione industriale. L’epopea dei due marchi inglesi è oggi tramontata, sebbene essa rappresenti tuttora una delle principali esperienze di investimenti esteri in Sicilia, le quali hanno contribuito a fare dell’isola una delle principali produttrici di vino e a rendere il marsala uno dei prodotti siciliani più noti ancora oggi.
Nella seconda parte del libro l’autore esamina invece l’esperienza “francese” della Sicilia del vino, raccontando le “gesta” del duca d’Aumale, figlio del sovrano francese Luigi Filippo, e del vino Zucco, e quelle dei duchi di Salaparuta e del Corvo di Casteldaccia, con le quali la sapienza enologica transalpina venne trapiantata nell’isola. Estreme punte di raffinatezza furono raggiunte dal vino Zucco e numerosi encomi, apprezzamenti e premi furono ottenuti in tutto il mondo dai vini di Edoardo Alliata e del figlio Enrico. Interessante è poi lo spazio dedicato a quest’ultima famiglia, paradigma di una nobiltà agraria che coglie il cambiamento in corso e capisce l’importanza dell’innovazione all’interno di un mondo, quello siciliano, ancora rigidamente legato alla dimensione feudale.
Ciò che fa dell’opera un importante contributo di storia d’impresa, e non solo di quella vitivinicola, è l’individuazione di alcuni fattori significativi, quali l’introduzione di moderni criteri di vinificazione, la proliferazione di pubblicazioni e periodici specializzati, lo sviluppo degli studi ampelografici, la separazione delle competenze viticole da quelle enologiche, le forme di commercializzazione, la selezione dei vitigni e la valorizzazione di quelli autoctoni, la risposta alla fillossera e alla crisi del settore. Inoltre, in tutte e quattro le storie prese in esame nel libro appaiono evidenti alcuni passaggi fondamentali, come la modernizzazione, la divisione del lavoro, il problema della qualità del prodotto.
Lo studio condotto da Rosario Lentini, oltre a essere ricco di informazioni e dati storici, fornisce delle chiavi di lettura sulla «grande trasformazione» e sull’economia siciliana. Inoltre, invita a porsi domande sul perché tre delle quattro aziende narrate nel libro non siano più in attività e la quarta, la Vini Corvo, dopo l’acquisizione dell’Ente Siciliano per la Promozione Industriale finanziato dalla Regione siciliana, sia finita parte di un gruppo internazionale. Le risposte a queste domande vanno oltre il libro di Rosario Lentini, ma è possibile ravvisare alcune caratteristiche dell’imprenditoria italiana, quali la ristrettezza finanziaria negli investimenti e il problema di trasferibilità dell’azienda dall’ambito familiare a quello manageriale. Per questo motivo, le considerazioni conclusive dell’autore invitano a considerare le vicende del libro all’interno del più complesso quadro dell’economia e della finanza siciliane. Tuttavia, esse restituiscono un lieve retrogusto amaro, nonostante il profumo fiorito dell’enologia siciliana ottocentesca.
Pietro Simone Canale
Una versione di questa recensione è stata pubblicata in «Storia Economica», 23 (2020), pp. 254-256.
