di Alessio Angelo e Pietro Simone Canale
In tempi di dittatura mediatica i libri, quelli fatti di carta e inchiostro, sono ancor più compagni e beni preziosi e le biblioteche presidi di democrazia da difendere ed estendere. Nel silenzio del luogo dove per vocazione le parole trovano casa e assumono voce e corpo, si incontrano gli autori assenti e i lettori attenti, si educa alla libertà intellettuale e civile, ai valori desueti del lento e paziente ascolto dell’altro.
Franco Venturi (1914-1994), storico e profondo conoscitore della cultura e della politica del Settecento, riporta nella prefazione al primo volume di una delle sue più importanti opere, Settecento riformatore, una riflessione attenta sullo stato delle biblioteche in Italia. Era il 1968, l’Italia cresceva economicamente e si poteva a pieno diritto riflettere sul rilancio della cultura italiana. Secondo lo storico, « l’Italia è […] uno dei Paesi in cui è più difficile e faticoso giungere a contatto con i testi», e le biblioteche sul territorio nazionale sono di «difficile accesso quanto la biblioteca di Babilonia di Borges e sono insieme depositi nei quali le tracce del passato possono più facilmente obliterarsi, rovinarsi e scomparire».[1]