Tradotto il secondo volume della trilogia dedicata dallo storico francese al tema ‘Civiltà materiale, economia e capitalismo’
Che cosa avrebbe potuto essere più effimero di una fiera? Agli occhi dell’uomo medievale, la fiera era innanzitutto baraonda, fracasso, festa, musica, gioco, il mondo alla rovescia, disordine, tumulto. Le città che aprivano le porte ai mercanti in certe stagioni dell’anno, secondo un calendario prestabilito, venivano prese d’assalto da una massa di venditori di miscugli miracolosi, indovine, buffoni, prestigiatori, funamboli, prostitute, biscazzieri, teatranti, musici e cantanti girovaghi. Poi, dopo pochi giorni, partiti i forestieri, sgombrati i banchi che avevano esposto ogni ben di Dio, smontate le baracche dai colori sgargianti, tutto tornava come prima, nel guscio chiuso di un’esistenza quotidiana grama e stentata.
In realtà, le fiere commerciali, che si erano diffuse un po’ in tutto l’Occidente da quando, nel secolo XI, le città avevano cominciato a prendere vita o a rianimarsi, ebbero una funzione di rottura dell’economia e della vita sociale. Senza questi appuntamenti periodici di città in città (in cui il brusio delle contrattazioni era spesso sovrastato dal rullo dei tamburi, dal suono a festa delle campane e dall’esplosione dei falò) non si sarebbe aperto alcuno spiraglio al cambiamento. L’avvento dello scambio, del credito e del commercio, di una circolazione magari discontinua, inseritasi fra l’area della produzione e quella del consumo (vincolate fino allora a un’economia di sussistenza e di autoconsumo) segnò la nascita del capitalismo, agì da stimolo all’accumulazione del danaro, alla moltiplicazione delle risorse e al progressivo rinnovamento della classe dominante.
Ma questo primo embrione dell’economia di mercato sarebbe stato riassorbito dalle acque stagnanti di una società arretrata, sottoposta allo sfruttamento della feudalità e della chiesa, resa inerte dalle consuetudini e dalle condizioni naturali, se il movimento delle merci e delle monete non fosse traboccato, dal canale delle grandi fieri stagionali, su una più ampia superficie attraverso migliaia di rivoli: bancarelle, empori, botteghe, cassette di merciai ambulanti; un universo popolato da una miriade di venditori, da una moltitudine di gente alla ricerca di qualche guadagno, da una folla di compratori, in mezzo alla confusione, alle merci d’ogni specie, agli odori violenti delle derrate.
Ci voleva il gusto di Fernand Braudel per l’osservazione minuta, quell’arte del racconto che gli consente di ricostruire la storia «dal basso», per esplorare questa zona d’ombra, di mezze luci, di attività iniziatiche che sono all’origine di ciò che più tardi avrebbe assunto il nome di capitalismo. I giochi dello scambio, il secondo volume della trilogia da lui dedicata al tema «Civiltà materiale, economia e capitalismo» (Einaudi, pagg. 641, lire 45.000), ripercorre passo a passo il complesso itinerario dell’economia europea e mondiale tra il secolo XV e il XVIII.
Mercanti ribaldi
C’è indubbiamente, in questa sorta di enorme costituzione a tre piani (la vita materiale chiusa e autosufficiente, al di fuori del valore di scambio; la sfera della circolazione, in cui s’affermano l’economia monetaria e il commercio su lunga distanza; la conquista di spazi sempre più per il profitto e il dominio economico su scala mondiale), più una forzatura rispetto a processi e a circuiti storici non sempre lineari. Ma lo sforzo di afferrare meccanismi di sviluppo costanti e analogie, e di tradurle in cifre, in una geometria generale, non è mai disgiunto, nell’opera di Braudel, da una visione attenta all’individuale, alla realtà dell’uomo concreto, nei suoi comportamenti e nelle sue motivazioni particolari.
Già prima del Quattrocento, l’Europa aveva eliminato le forme più arcaiche dello scambio: da tempo i prezzi registravano un andamento fluttuante e le principali città ospitavano ogni giorno dei mercati, riforniti dal contado circostante, regolati da norme precise e sorvegliati da controllori pignoli. Ma soltanto più tardi, nella seconda metà del Cinquecento, l’attività commerciale straripò anche nei borghi e nei villaggi più sperduti. In questo caso, il protagonista non fu il mercato pubblico, ma quello privato. Le campagne vennero inondate a poco a poco da una schiera di grossisti e di ambulanti che si spingevano fin nelle fattorie per accaparrarsi in anticipo, dalle fonti stesse della produzione, le mercanzie di cui avevano bisogno, o per acquistarle a prezzi inferiori (a danno dei fornitori normali dei mercanti urbani).
Il gusto per i viaggi, la baldanza di un mondo degli affari ardito e intelligente, l’intransigente durezza nelle contrattazioni, le stesse ribalderie di questi mercati itineranti, impressero una svolta decisiva non soltanto alla vita economica (fino allora regolata dai canoni della proprietà fondiaria, prudente e timorata), ma anche alla psicologia collettiva e ai comportamenti sociali. Le merci cominciarono a raggiungere per mille rivoli il mondo contadino, che fino allora s’era accontentato essenzialmente di ciò che produceva con le proprie mani. E, insieme alle merci, si fecero strada le monete: il prestito a termine di danaro e l’ingaggio in contanti di manodopera crearono altri mercati, quello finanziario e del lavoro; mentre la progressiva commercializzazione della proprietà rurale ruppe antichi lignaggi familiari e modificò vecchi equilibri. Nel frattempo le città stavano portando a termine la rivoluzione commerciale: all’ingresso sulla scena delle botteghe (per metà laboratori artigianali, per metà banchi di vendita fissi, e non mobili come al mercato pubblico) si accompagnò la comparsa dei primi grandi docks e delle Borse-valori (a Londra ed Amsterdam), della speculazione sui cambi, sui titoli, sui corsi delle principali piazze d’affari. Il gioco si fece sempre più difficile e rischioso, si estese a uno stuolo sempre più numeroso di piccoli e grossi personaggi, cominciò a interessare la sorte di intere regioni. «Mercier, vendeur de tout, faiseur de rien», recitava un proverbio dell’epoca.
Nobiltà comprata
Ma intanto il mercato collaborava alla «grande» storia. «Chi ha danari compra feudi ed è barone», diceva un adagio napoletano. Poteva capitare che mercanti e finanzieri, una volta venuti in possesso di tenute e signorie, si limitassero ad amministrarle secondo i vecchi principi feudali, come avvenne per esempio per i Fugger. Ma poteva anche succedere che, una volta impadronitisi della terra, essi ne modificassero la struttura sovvertendo le antiche consuetudini e il regime signorile. Come poteva avvenire che esponenti di grosse compagnie commerciali e di potenti cooperazioni di mestiere, ricchi mercanti imprenditori (intermediari fra la materia prima, l’artigiano e l’acquirente del prodotto finito) finissero per integrarsi nella classe dominante acquistando un titolo nobiliare o sposando le loro figlie ai rampolli dell’aristocrazia. Era anche frequente il caso opposto: che essi, sia pur lentamente, attraverso più generazioni, contribuissero a una redistribuzione del potere, a formare nuove élites, a creare maggiori occasioni di promozione sociale.
Il fatto che al sommo della piramide si ritrovi nel Settecento un pugno di privilegiati, non vuol dire che nel frattempo ogni cosa fosse rimasta come prima. In alcuni casi, la borghesia cresciuta dalla mercanzia e dal altre lucrose imprese, aveva cominciato a rimettere in discussione l’ordine e la gerarchia del passato; in altri casi, aveva indotto la vecchia classe dominante, pur senza rinnegare del tutto la propria identità, a cambiare gradualmente idee e mentalità.
In altre parti del mondo il mercante non ebbe un analogo successo. Non che l’Islam, la Cina o il Giappone non fossero paesi affollati di botteghe e di empori; perfino paesi semipopolati come l’Africa Nera o la prima America, conquistata dagli spagnoli, erano regioni in cui si potevano incontrare tutti i mercati immaginabili, da quelli specializzati al piccolo commercio ambulante. E dappertutto si poteva ritrovare la stessa concatenazione, la stessa evoluzione dell’economia di mercato: città piazzeforti, città amministrative, città all’incrocio di strade ricche di traffici e di pellegrinaggi, in riva ai fiumi e ai mari. Ma la proliferazione degli scambi è una condizione necessaria ma non sufficiente per la formazione di un processo capitalistico. Occorre che la società sia complice di questa gestazione: «Bisogna», scrive Braudel, «che le eredità di trasmettano, che i patrimoni crescano, che matrimoni vantaggiosi si stringano a loro piacere, che la società si divida in gruppi, taluni dominatori o potenzialmente tali, che sia a gradini, a scale, con un’ascesa sociale, se non facile, almeno possibile». L’Europa e il Giappone si trovarono entrambi nelle condizioni migliori per assecondare questo plurisecolare movimento d’insieme della società; ma fu l’Europa che seppe approfittare per tempo della moltiplicazione dei mezzi e delle vie di comunicazione e, si lanciò alla conquista del mondo.
Valerio Castronovo
23 gennaio 1982 – la Repubblica

Ho trovato questo ritaglio di giornale con la recensione trascritta nel volume di Braudel, di cui nell’articolo, acquistato nei pressi della stazione di Porta Nuova a Torino. Un piacevole ritrovamento all’interno di un libro fondamentale.
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