Danilo SIRAGUSA, Lo storico e il falsario. Rosario Gregorio e l’arabica impostura (1782-1796), Milano, Franco Angeli, 2019, 461 pp., [Temi di storia].
Il libro di Danilo Siragusa, dottore di ricerca in Storia della società europea in età moderna e cultore della materia presso il Dipartimento di Studi storici dell’Università degli studi di Torino, ricostruisce il ruolo dello storico siciliano Rosario Gregorio nella vicenda dell’arabica impostura dell’abate Vella. Sebbene si tratti di una vicenda squisitamente settecentesca in cui eruditi si “affrontano” con libelli, lettere e opuscoli per assicurarsi una disputa scientifica su problemi accademici, la storia dell’arabica impostura, uno dei casi più clamorosi di falsificazione storica dell’Europa del XVIII secolo, assume inevitabilmente aspetti e sfumature molto vicini ai nostri giorni.
La costruzione del falso è un tema fin troppo attuale per lasciare questo libro in uno scaffale di storia e cultura del Settecento siciliano. L’uso dei canali di comunicazione di massa, che si avvalgono della capillarità e della velocità del web e dell’eco che ne fanno i media tradizionali, ha permesso la proliferazione delle fake news e delle post-verità. Il problema della falsificazione non è recente, per questo motivo l’analisi di alcuni fatti del passato è utile a comprendere i meccanismi e i motivi del successo del falso. Nei secoli gli storici hanno affinato strumenti e metodi di critica delle fonti storiche e criteri per smascherare i falsi. Inevitabile è indicare la «gran data […] nella storia dello spirito umano» del 1681, nella quale furono pubblicati i sei libri del De re diplomatica di Jean Mabillon. Tuttavia, è possibile citare anche il celeberrimo Discorso sulla donazione di Costantino di Lorenzo Valla del 1440, pubblicato soltanto nel 1517.
Nonostante gli strumenti della critica e della esegesi delle fonti, fare storia non è immune dai falsi. Pericolosamente più esposti sono gli “ignari lettori” e l’opinione pubblica, il più delle volte incapaci di discriminare. Qui s’inserisce il lavoro di Siragusa, poiché esso, nell’individuare e riscostruire l’opera dello storico palermitano Rosario Gregorio e degli sforzi per smascherare l’inganno del Cagliostro maltese, fa luce sulla fortuna e sulla diffusione del falso. Il merito dell’autore è pertanto quello di avere analizzato le fasi di ascesa e caduta nella fortuna del falso e del falsario e che ruolo in questa vicenda abbia giocato il metodo storico. Il libro, edito per i tipi di Franco Angeli, nasce dallo sviluppo della tesi di dottorato dell’autore ed è bene ribadire che esso non si limita alla ricostruzione delle fasi di redazione e diffusione del Codice martiniano e del Consiglio d’Egitto, dalla quale Leonardo Sciascia trasse anche un delizioso romanzo. La ricerca si concentra piuttosto sulla figura di Rosario Gregorio, il canonico e storico palermitano che allora fu l’unico vero avversario dell’abate Vella ad utilizzare le armi della critica storiografica e filologica contro l’opera di traduzione dei presunti manoscritti in caratteri “mauro-siculi”.
L’azione di Gregorio è emblematica e dimostra che non sono sufficienti nell’immediato, e talvolta anche nel lungo termine, le armi della diplomatica, della filologia e della critica a smascherare un falso. Nel libro si evince come il falso tragga vigore dal contesto in cui esso s’insinua e si radica, tanto da rimanere credibile e autorevole, nonostante l’evidenza delle prove che ne decretino l’infondatezza e la falsità. La vicenda è ancora più interessante perché mostra quale nesso esista tra i temi della storia e le tensioni politiche. Tale questione è affrontata nell’Introduzione al libro, Le ragioni del falso (pp. 9-28), la quale ha di per sé l’autonomia del saggio all’interno dell’opera e mette ordine sulle caratteristiche del falso e sull’affermazione di quest’ultimo come “verità”: «Il falso rivela qualcosa di latente sulla società che lo produce, lo accetta, lo diffonde. Ciò è reso possibile dalla concomitanza di due fattori: condizioni favorevoli e la presenza di attori/mediatori che contribuiscono ad alimentarne il consenso e la diffusione» (p. 14). Ed è proprio all’attenta analisi introduttiva che il libro si manifesta quale autorevole voce all’interno del dibattito sul concetto di post-truth e sulla natura delle fake news.
Dopo l’introduzione, il libro si divide in cinque capitoli. Il primo, Prologo (pp. 27-59), presenta i protagonisti dell’arabica impostura, dal maltese Giuseppe Vella al monsignore Alfonso Airoldi, patrocinatore della pubblicazione del Codice martiniano e mecenate dell’impresa di traduzione, del quale si segnala il buon profilo biografico (pp. 34-37), il contesto e gli antefatti. La figura di Rosario Gregorio è, invece, introdotta nel capitolo successivo, Le ragioni della critica (pp. 60-139). La fonte principale, ma non l’unica, del lavoro di Siragusa sono i carteggi del canonico con i maggiori studiosi italiani ed europei di cose arabiche, nei quali si scriveva delle opere pubblicate dal Cagliostro maltese. La ricostruzione dell’autore mostra i precoci dubbi del canonico Gregorio sul Codice martiniano. A far sospettare lo storico erano le numerose incongruenze cronologiche del Codice e per sottolineare tali, evidenti e grossolane inesattezze pubblicò nel 1786 il De supputandis apud Arabes Siculos temporibus che pur non menzionando mai esplicitamente le traduzioni di Vella, ne dimostrava le criticità, rivelando così il suo metodo d’indagine, l’avanzare con il continuo richiamo alle fonti.
Il terzo ed il quarto capitolo, rispettivamente Gli anni del dibattito (pp. 140-263) e Gli anni del consenso (pp. 264-378), ricostruiscono la fortuna dell’inganno di Vella, che aveva incassato il benestare di alcuni autorevoli studiosi come l’olandese Oluf Gherard Tychsen, sull’autenticità del Codice pur senza una vero e proprio esame del manoscritto.
Dalla lettura dei due capitoli centrali è possibile individuare uno schema attualissimo in cui si distinguono in maniera nitida ruoli e soggetti che ruotano intorno alla vicenda del falso: la politica, l’opinione pubblica e gli intellettuali.
Interessante è il ruolo della parte politica, e nello specifico di quella che si trova in opposizione a chi detiene il potere, poiché si appropria di una versione diversa della storia, in questo caso falsa, e ne fa uso per le proprie rivendicazioni. Il falso diventa una fonte che si discosta dalla tradizione e che diventa arma contro gli avversari politici, come “verità” scomoda alla élite e per questo è trasformata in bandiera dell’autenticità e genuinità del proprio disegno politico. Altrettanto interessante è il ruolo dell’opinione pubblica, la quale garantisce l’affermazione del falso e della sua “verità”. Nel caso del Codice martiniano, i salotti ne parlano e ne sanciscono la “bontà”. L’opinione pubblica rappresenta così il consenso. Un rapporto reciproco intercorre tra le ragioni del pubblico e quelle del falsario: «offrire ai suoi lettori […] una narrazione nella quale rispecchiarsi» (p. 276). Negli ultimi decenni del Settecento siciliano il Codice martiniano e il Consiglio d’Egitto rispondevano alle richieste di sviluppo economico, di buona e corretta amministrazione e di giustizia conforme al sentire del secolo da parte della nobiltà siciliana più liberale e della borghesia nascente. Per questi motivi l’opera dell’abate Vella riuscì «a suscitare il consenso di un pubblico ben più ampio della comunità degli eruditi» (p. 276). L’abilità del maltese fu quella di scrivere il Codice nella maniera in cui i lettori volevano leggere la storia di Sicilia, attingendo ai salotti, alle frequentazioni e alle idee del suo stesso mecenate e incarnando gli umori dell’opinione pubblica. All’opposto stanno gli intellettuali, relegati apparentemente a un ruolo marginale in questa vicenda, ridotti al silenzio, osteggiati dal “grande pubblico”, contrari alle “verità” e interessati soltanto alla sterile erudizione. Sembrerebbe questa anche la posizione di Rosario Gregorio, “protagonista” del libro, poiché esso appare estraneo e distaccato dalla vicenda. Lo storico palermitano, infatti, sceglie di non prestarsi a uno scontro frontale con l’abate Vella, piuttosto preferisce tessere una fitta trama di relazioni epistolari con i maggiori esperti italiani ed europei di storia e cultura araba e lavorare alle fonti, vagliarle criticamente e pubblicare, senza clamori, opere tutt’oggi fondamentali per la storiografia siciliana. Negli anni dell’arabica impostura, infatti, vennero alla luce due opere fondamentali del canonico: Rerum arabicarum quae ad Historiam Siculam spectant ampla collectio (1790) e Bibliotheca scriptorum qui res in Sicilia gestas sub Aragonum imperio retulere. Eam uti accessionem ad historicam bibliothecam Carusii (1791-1792).
Siragusa spiega bene le ragioni del canonico di rimanere defilato e di non attaccare apertamente il Codice e il suo autore, ma di essere presente nel dibattito e informato. Una scelta che sarà ripagata dalla “capitolazione” di Vella e dalla scoperta dell’impostura. Tuttavia, è bene ritornare sul ruolo degli eruditi, o intellettuali, i quali appaiono, oggi più di ieri, in difficoltà di fronte al proliferare delle fake news, dalle teorie dei complotti, delle pseudo-scienze e dal populismo che predilige risposte semplici, immediate e soprattutto gradite. Gli intellettuali, in alcuni casi, preferiscono ritirarsi dalle scene in cui trionfa il giudizio del grande pubblico, evitando il confronto, sebbene ne abbiano (forse non sempre) i mezzi e le possibilità per sostenerlo. Dall’opinione pubblica gli intellettuali sono accusati di occultare la “verità” per interesse o addirittura invidia. In altri casi gli intellettuali scelgono la lunga via della scientificità e della metodologia, ma rivolta a pochi. Non mancano nei confronti del Codice martiniano coloro che ne denunciano la falsità, dopo tanta cautela, ma rimangono nel loro riserbo ed evitano di manifestare apertamente le loro opinioni: sono essi Jacob Georg Christian Adler, Joseph de Guignes, Giovanni Cristofaro Amaduzzi, Simone Assemani.
La vicenda del Cagliostro maltese si conclude, come è noto, con la carcerazione del falsario e la scoperta della montagna di menzogne costruita intorno all’opera editoriale (false corrispondenze con l’ambasciatore marocchino, coniazione di monete, manipolazione di manoscritti, finti furti nell’abitazione dell’abate), grazie all’intervento del giovane Joseph Hager. Più oscuro rimane, invece, il probabile coinvolgimento di Francesco Carelli, uomo del viceré Caramanico, nel quale potrebbero leggersi trame politiche. Tuttavia, poco cambia nell’analisi del falso, delle sue caratteristiche e della sua fortuna.
Nella sua corposa stesura Lo storico e il falsario rappresenta un importante contributo alla storia del Settecento siciliano e italiano e per questo motivo non si può non richiamare alla memoria lo storico Giuseppe Giarrizzo, che per primo si occupò di delineare un profilo storico e intellettuale di Rosario Gregorio. Quest’opera va oltre la storia siciliana perché porta con sé preziosi spunti per l’analisi attuale di fenomeni di complessa decriptazione come il web e i canali socio-mediali, ma anche perché ancora una volta ribadisce come sia necessario il ruolo della critica e del metodo nell’intemperie e nel sovraccarico di informazione e rumore.
Il libro si conclude con un utilissimo Indice dei nomi (pp. 441-446) che sopperisce in qualche modo alla mancanza di una sezione dedicata alle fonti d’archivio e bibliografiche utilizzate dall’autore per la sua ricerca. Supplisce a ciò il copioso apparato di note, che fa di questo libro uno strumento utilissimo per gli studiosi di storia.
Pietro Simone Canale
