di Pietro Simone Canale
Marc Bloch è considerato uno dei più grandi storici del Novecento. Non è solo il valore storiografico delle sue opere più importanti a renderlo tale. La figura di Marc Bloch ha qualcosa di razionalmente epico che si poggia sulla sua sorte – egli, entrato a far parte della Resistenza, fu imprigionato ed ucciso dai tedeschi il 16 giugno 1944 – e ancora di più sul carattere pioneristico della sua ricerca storica.
Le sue opere sono ancora oggi strumenti fondamentali per la formazione degli storici:
Les Rois thaumaturges, 1924;
Les Caractères originaux de l’histoire rurale française, 1931;
La Société féodale, 2 vol., 1939-1940;
Apologie pour l’histoire ou métier d’historien, 1941.
Marc Bloch fu anche il fondatore e direttore, insieme a Lucien Febvre, della rivista «Annales d’histoire économique et sociale» http://www.persee.fr/renderPage/ahess_0003-441x_1929_num_1_1_1031/0/710/ahess_0003-441X_1929_num_1_1_T1_0001_0000.jpg
La rivista inaugura quella grande stagione di studi storici che vedranno l’affermarsi dell’idea di lunga durata – anticipando così anche Braudel.
La lunga durata non è necessariamente un lungo periodo cronologico; è la parte della storia, quella delle strutture, che evolve e cambia più lentamente. La lunga durata è un ritmo lento. La si può scoprire e osservare su un periodo di tempo relativamente corto, ma al di sotto della storia evenementiale e della congiuntura a medio termine. (Jacques Le Goff, Prefazione, in Marc Bloch, I re taumaturghi. Studi sul carattere sovrannaturale attribuito alla potenza dei re particolarmente in Francia e in Inghilterra, Einaudi, Torino, 1989, pp. XXII-XXIII).
Bloch definisce la storia come “scienza degli uomini nel tempo”. La definizione è cruciale: scienza che studia gli uomini e scienza che appartiene agli uomini. È proprio questa appartenenza agli uomini che fa risaltare «la vocazione propriamente pedagogica della sua storia, che si indirizza a un pubblico più ampio della ristretta cerchia degli specialisti e appare in generale molto attenta alle ricadute didattiche della ricerca».
Prima di tutto però Bloch è uno storico che definisce il metodo storico allontanandosi dal positivismo ottocentesco e dal romanticismo. Il lavoro dello storico consiste nella paziente e meticolosa raccolta e sistemazione dei materiali, nello spoglio rigorosissimo dei documenti e nell’osservazione del reale.
Marc Bloch fu anche un «militante» della storia, non fu asservito ideologicamente e non fu votato ad una intransigente idea di giustizia sociale, ma come ho già detto il suo spirito e il suo lavoro di storico era animato «da un intenso afflato pedagogico verso la “città” e guidat[o] da un’estrema fiducia nelle potenzialità critiche della storia». (M. Carrattieri, “Review of M. Mastrogregori, Introduzione a Bloch, Roma-Bari, Laterza, 2001”, Cromohs, 8 (2003): 1-9, <URL: http://www.cromohs.unifi.it/8_2003/carrattieri_mastrogregori.html> (last access: 06/07/2013).
Non si tratta ovviamente di trascurare le convinzioni ideali e le prese di posizione dello storico, dal progressismo laico e borghese alla scelta militare, poiché anzi egli si dimostra pienamente consapevole delle dinamiche dell’attualità, criticando severamente il pacifismo di Monaco e avvertendo con acuta sensibilità i pericoli del nazismo. Tuttavia anche lo spiccato patriottismo di Bloch, cui non è estraneo il forte senso civico degli ambienti ebraici, ha come ricaduta storiografica non una chiusura nazionalista, bensì l’adozione di uno spazio di analisi e comparazione tendenzialmente europeo, così come l’attenta considerazione della nazione come problema storico piuttosto che come risposta pregiudiziale. […] Il grande merito di questa introduzione è invece quello di mostrare come al grande problema del ruolo e del valore della storia, che è per Bloch personale, generazionale e professionale insieme, egli risponda collegandone la legittimità e l’utilità attraverso un sapiente dosaggio, sempre peraltro in discussione. Se è vero che di fronte agli attacchi generalizzati e generalizzanti Bloch accetta la sfida di mostrare “a cosa serve la storia”, avvertendo il peso morale, intellettuale e civile di questo compito, egli riconduce però questo impegno proprio alla dimensione di conoscenza autonoma e oggettiva della disciplina, il cui ruolo nella civiltà occidentale, soprattutto nel difficile passaggio tra i due secoli, non può che essere quello di insegnare agli uomini come gestire il peso dei ricordi in modo da tradurlo in preziosa risorsa intellettuale ed esistenziale. […] La storia può infatti aiutare a combattere le forme più subdole di idoli e miti, a smascherare la menzogna, a gestire il potere della tradizione; rendendo consapevoli delle differenze essa consente di evitare gli «anacronismi dell’azione» e le «illusioni di autointellegibilità» del presente; entro certi limiti infine garantisce la possibilità di effettuare delle previsioni tendenziali o comunque di scegliere i tempi più opportuni per passare dalla riflessione all’azione. (M. Carrattieri, “Review of M. Mastrogregori, cit.)
http://www.pbmstoria.it/dizionari/storiografia/lemmi/033.htm
http://www.nilalienum.it/Sezioni/Bibliografia/Storia/March_ApologiaStoria.html
http://www.unifi.it/ri-vista/quaderni/2004/quaderno_03/pdf/1_bloch_storti.pdf
http://www.left.it/2012/05/07/marc-bloch-lorco-della-fiaba/3137/
Il 16 giugno 1944, ventisette francesi, ventisette patrioti, estratti dalle celle di Montluc, venivano condotti in un campo, in località detta Les-Roussilles, sulla via fra Trévoux e Saint-Didier-de-Formans, a venticinque chilometri circa a nord di Lione. C’era fra loro un uomo anziano, con i capelli grigi, dallo sguardo vivo e penetrante. Vicino a lui – scrive Georges Altman, in un articolo commovente apparso sui «Cahiers Politiques» – vicino a lui cammina un ragazzetto di sedici anni, che tremava: «Mi farà male…». Marc Bloch gli strinse affettuosamente un braccio e gli disse: «Ma no, figliolo, non farà male…». Cadde gridando per primo: «Viva la Francia!». Così fu annientato da pallottole tedesche uno dei più grandi spiriti di quell’Europa che non era, per lui, un’etichetta, ma una realtà vivente. Così morì un grande francese. Tocca a noi far sì – oggi e domani – che non sia morto invano. (Lucien Febvre, Ricordo di Marc Bloch, in Marc Bloch, I re taumaturghi, cit., pp. LXVI-LXVII).
