Storia economica della felicità di E. Felice

Emanuele FELICE, Storia economica della felicità, Bologna, Il Mulino, 2017, 356 pp., (Intersezioni, 487), ISBN 978-88-15-27379-6.

Emanuele Felice, docente di Economia nell’Università D’Annunzio di Pescara, pubblica Storia economica della felicità, il suo quarto volume per i tipi de Il Mulino. Un libro coraggioso e di ampio respiro, che, come lo definisce lo stesso autore, è «l’avventura di un palombaro».
L’opera ripercorre la storia dell’umanità alla ricerca della felicità, ponendo l’attenzione in particolar modo sulla relazione storica fra sviluppo economico e felicità. Felice analizza questo rapporto, partendo dall’idea stessa di felicità nelle diverse epoche e le effettive possibilità di raggiungerla, senza distogliere l’attenzione dalla ricerca di un significato oggettivo e condiviso.
La pretesa di questo saggio sembrerebbe presuntuosa, poiché si presenta come un’impresa ardua e “disperata”, un «ponte sull’abisso». Tuttavia, comprendere le condizioni di vita dell’uomo, materiali e ideali, attraverso l’analisi dei cambiamenti avvenuti nella sfera dell’economia, durante il lungo corso della vicenda umana, è forse il modo migliore per rispondere alle domande relativa alla capacità dell’uomo di sentirsi più o meno vicino al raggiungimento della felicità.
Le prime domande che si incontrano nel libro sono proprio quelle che mettono in relazione le condizioni di vita e la felicità: «Più ricchi e più colti, quindi, più liberi. Più numerosi e longevi. Ma anche più felici? […] l’abbondanza materiale rende gli esseri umani più felici?» (p. 8). Domande piuttosto semplici nella loro disarmante complessità, che trovano risposta nella storia dell’umanità dalla notte dei tempi «fino ai nostri giorni, chiedendosi se, e quanto, [lo sviluppo economico] sia servito ad aumentare la felicità, ovvero a conseguire lo scopo ultimo cui dovrebbe tendere il progresso scientifico e tecnologico» (p. 9). Eppure gli storici e gli economisti hanno preso raramente in considerazione la felicità, mentre è stato snocciolato sotto vari aspetti lo sviluppo umano materiale e civile: reddito, istruzione e conoscenze, speranza di vita, diritti civili, sociali e politici. In questo paradigma sono proprio la felicità e il diritto alla felicità ad apparire come i grandi assenti. Gli «economisti della felicità» tendono, invece, a mettere da parte, ad esempio, il paradigma del PIL e della crescita economica, quale unico obiettivo cui tendere, quale misura del successo di una classe dirigente, di un paese, di una società. La disamina di Felice, ponendo al centro del suo studio la felicità e le implicazioni di questa, mette in relazione non solo la storia e l’economia, ma anche le altre discipline sociali: la filosofia morale, la storia delle idee, la sociologia, ma anche l’antropologia e la psicologia.
Nel primo capitolo, Una storia perduta (pp. 13-31), Felice spiega cosa è inteso con il termine «felicità». L’idea di felicità considerata è composta da tre elementi: 1) la libertà, ossia la «emancipazione dalle costrizioni materiali […], sia come capacità di ridurre gli ostacoli prodotti dalle persone, intenzionalmente o meno, sulla libertà di altre persone»; 2) le relazioni sociali; 3) il senso della vita. Questi tre elementi pongono immediatamente la questione della possibilità di conciliare il progresso tecnologico e la dimensione etica. Questi due aspetti, quello valoriale e quello materiale, sono tuttavia saldamente interconnessi e si influenzano a vicenda, tanto da rendere questo saggio sulla storia economica della felicità uno strumento utile per una riflessione sul futuro dell’umanità.
La «ricognizione sulla felicità» (p. 10), caratterizzata dalla preziosa capacità narrativa e dalla sensibilità dell’autore, si divide in quattro parti che corrispondo ciascuna a un’epoca ben precisa della vicenda umana: Il giardino dell’Eden (pp. 33-75), in cui si risale all’uomo cacciatore-raccoglitore, un tempo quasi mitico destinato a finire a causa dell’aumento demografico e del bisogno crescente di risorse; La valle di lacrime (pp. 77-150), esito dalla rivoluzione agricola, in cui peggiorano le condizioni di vita degli esseri umani e delle altre specie senzienti coinvolte, e si creano e si istituzionalizzano le prime forme di disuguaglianza; La città dell’uomo (pp. 151-250), in cui prendono avvio quelle importanti rivoluzioni, come quella scientifica, industriale e quelle politiche, che porteranno a un netto miglioramento delle condizioni materiali e civili; e, infine, Il villaggio globale (pp. 251-290), momento di grande incertezza sulle sorti dell’umanità e del pianeta, ma anche della grande rivoluzione informatica, che fa pur sperare in un futuro più prossimo alla felicità, almeno nell’immaginario.
Interessante in questo libro è l’attenzione posta sulla disuguaglianza nata con la Rivoluzione agricola ed aumentata vertiginosamente dopo le Rivoluzioni industriali. In particolare sono la disuguaglianza sociale e fra i sessi prima ancora di quella squisitamente economica. La disuguaglianza è innescata dalla coercizione del lavoro. Disuguaglianza che diventa funzionale alla giustificazione delle organizzazioni umane e degli apparati ideologici, come quello religioso, ma non solo. La Rivoluzione agricola è l’evento che segna «per gli esseri umani, il doloroso abbandono del ‘paradiso terrestre’ e la discesa nella ‘valle delle lacrime’: vale a dire nella civiltà» (pp. 36-37). Una civiltà che ha condotto gli uomini lontano dalla felicità. La Rivoluzione agricola come trappola, errore, imbroglio. Una necessità dovuta alla crescita demografica. L’autore spiega anche i motivi economici dell’ideologia dell’infelicità: con la Rivoluzione agricola, a mano a mano che la densità della popolazione cresce, è necessario aumentare la produttività (agricoltura intensiva e maggiore fatica), che si traducono in sacrifici per la società. Sacrifici che qualcuno deve sopportare. Ciò comporta un cambiamento della cultura e delle istituzioni, poiché esse devono giustificare la divisione in classi. La disuguaglianza è istituzionalizzata: nasce lo Stato, che serve a garantire la disuguaglianza. Nella «valle di lacrime» prevale e diventa egemone «l’ideologia dell’infelicità» giustificata dalla disuguaglianza. E anche i nuovi movimenti di idee o le religioni – Felice cita a proposito la diffusione del Cristianesimo nei territori dell’Impero romano – che mettono in discussione la disuguaglianza del tempo, ma di fatto si limitano a sostituirsi, dopo essersi istituzionalizzati, come nuova forma di disuguaglianza. Problema che l’autore affronta anche quando si occupa del paradigma liberal-democratico, sebbene con le dovute distinzioni.
Nel capitolo La città dell’uomo Felice introduce quello che è il secondo più grande cambiamento nella storia dei sapiens, ossia «l’integrazione economica planetaria», cominciata con la «conquista europea del mondo» grazie alle esplorazioni geografiche, cui non si può non fare riferimento all’opera di Paolo Viola, Europa moderna. Storia di un’identità. Con la Rivoluzione agricola – evidenzia l’autore – si è dato avvio alla «specializzazione, conseguenza della crescita degli abitanti. La maggiore pressione antropica costringe ad aumentare la produttività e questa spinge verso la specializzazione […]. La specializzazione presuppone il commercio […]. E il commercio favorisce la diffusione delle innovazioni e delle idee utili all’espansione dell’economia mondiale» (p. 159). In età moderna hanno un forte impatto i movimenti di idee, dall’Umanesimo e dal Rinascimento, alla Rivoluzione scientifica, alla Riforma luterana, all’Illuminismo e alle sue conseguenze rivoluzionarie. Felice riserva, inoltre, ampio spazio proprio all’Illuminismo, che ha il merito di essere riuscito a parlare apertamente di «pubblica felicità», riuscendo laddove avevano fallito Seneca e Aristotele. Si ritorna quindi a una dimensione umana, una città per l’uomo, nella quale prendono forma quei «pilastri ideali» del paradigma liberal-democratico: «diritto alla felicità, uguaglianza giuridica, attenzione al sapere pratico e […] esaltazione dell’arricchimento individuale» (p. 186). Questa «innovazione concettuale fondamentale, ai fini del benessere» e quindi della felicità, «che prende corpo nell’Occidente illuminista e da lì si estenderà, ma non senza difficoltà a gran parte del mondo», non è scevra di distorsioni, e la storia dei secoli, dal Settecento a oggi, hanno mostrato le conseguenze catastrofiche, terribili e criminali di certe idee di sviluppo, progresso, industrializzazione, civiltà e democrazia. Conseguenze che prendono il nome di distopie della felicità e che nei fatti si manifestano nella crescente disuguaglianza fra le aree del mondo, nella trappola dei bisogni indotti, nel paradosso di Easterlin e nella crescente abulia di relazioni umane causata dal diffondersi di vite parallele sui social network. Tuttavia, Felice sottolinea la grande portata rivoluzionaria dell’Illuminismo, e del pensiero liberale e socialista da esso generati: «il diritto alla libertà, quello al rispetto della dignità personale, addirittura il diritto alla felicità, saranno pure illusioni: ma crederci aiuta a innalzare, e di molto, la qualità delle relazione umane, orizzontali […] e verticali» (p. 208).
Le risposte sono quindi il punto di forza del libro di Felice, poiché attingono a ragioni storiche, senza mai escludere il contributo delle scienze, delle neuroscienze, della psicologia e dell’antropologia. Nell’ultimo capitolo, Coltivare la felicità (pp. 291-339), e nelle Conclusioni (pp. 341-345), l’autore risponde con concreto, seppur timido, ottimismo alle domande che sorgono quasi spontaneamente dopo il lungo viaggio dell’uomo alla ricerca della felicità: «In che cosa consiste, oggi, nel ‘villaggio globale’ e nella società consumistica, la felicità? Come conseguirla?» (p. 292). Le risposte sono semplici ed intuibili dal titolo dell’ultimo capitolo: «la felicità non si conquista. Non è terra da approdare, per il tempo che verrà e, magari, dopo una palingenesi rivoluzionaria. Piuttosto si coltiva, quasi fosse un fiore. Ginestra del presente» (p. 293). La domanda che si pone a chiusura di questo libro è quindi «come coltivare la felicità?». A questo punto sono tanti gli spunti suggeriti da Felici, ma quello che emerge con più forza è l’importanza delle relazioni sociali e della condivisione, una ripresa di intuizioni già scattate nel Settecento durante l’età dei Lumi, quella della pubblica felicità. Il paradigma della felicità, quindi, può essere costruito soltanto sulla valorizzazione delle relazioni umane, basato proprio sulla condivisione terrena: «nel mondo globale, che lo si voglia o meno, si pone il tema di come costruire un’idea di civitas (humana) e di solidarietà, di fratellanza, che prescinda da una visione trascendente; cioè prescinda dall’idea di un premio al di là della vita, come motivazione dell’azione umana verso il bene» (p. 300).
Una conclusione che è anche un invito e una speranza: non che tutto sia semplice e la felicità sia un traguardo cui prima o poi inevitabilmente l’uomo raggiungerà, ma di sicuro l’uomo stesso si è dotato di mezzi validi e di conoscenze tali, che, se ben utilizzate, possono fare notevolmente la differenza nella vita degli uomini e delle donne, se non pure degli altri esseri senzienti.

Pietro Simone Canale

 

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