ECONOMIA e società, in Economia, istituzioni, cultura in Lombardia nell’età di Maria Teresa, a cura di Aldo De Maddalena, Ettore Rotelli, Germano Barbarisi, Bologna, Il Mulino, 1982, v. 1.
Nell’introduzione al volume Economia, istituzioni, cultura in Lombardia nell’età di Maria Teresa, edito in occasione del bicentenario della morte dell’imperatrice d’Austria, l’allora assessore regionale alla cultura e all’istruzione della Regione Lombardia Alberto Galli della DC, rivedeva il motivo della “nostalgia” per un personaggio storico di tale caratura, proprio nell’essenza stessa del momento storico in cui scriveva (era il 1980) in cui – secondo l’assessore – si riscontra «il sistema politico indebolito nella sua capacità di filtro della domanda politica, lo stato-apparato, oberato dal sovraccarico istituzionale e, in generale, il sistema politico-amministrativo costretto ad una ‘rincorsa della legittimazione’ attraverso la dilatazione delle funzioni dello Stato-sociale e l’incremento di spese correnti sovente a puro titolo assistenziale». [p. 9] Parole che stonano e che per certi versi si presentano attuali. Certo, pensare all’incremento di spese a titolo assistenziale, sembra oggi fantascienza, vista la austerity che ha colpito proprio la sfera socio-assistenziale e dell’istruzione pubblica in primis (pur mantenendo intatti, o quasi, i cosiddetti “costi della politica” e dell’apparato – ma ovviamente alla fine degli anni Settanta erano diversi da quelli odierni, soprattutto se si pensa alla scala mobile e alla sua abolizione).
Tuttavia, continuando, le parole di Galli tornano prepotentemente attuali: «<Questi indicatori rivelano una crisi di identità dello Stato moderno come ente supremo garante dell’universalismo che orienta la sfera pubblica: in effetti oggi lo Stato tende a diventare un attore che negozia con altri attori socio-economici – imprese e sindacati – in una condizione di fatto paritaria, dando luogo ad un sistema politico di tipo neocorporativo». Parole che rimbombano spesso nei media moderni e che di fatto potrebbero essere pure esasperate (o contestualizzate un pochettino per piacere agli alfieri degli anticapitalisti-anticomunisti) collocando lo Stato in una posizione non paritaria, ma in alcuni casi subalterna e nelle condizioni di non nuocere e capace di negoziare con altri attori, che non sono soltanto imprese e sindacati, ma anche le organizzazioni criminali (tali da figurare ancora come Stato nello Stato – si segnala pertanto una introduzione di Salvatore Lupo), con i partiti politici in una posizione di “feudalità” delle istituzioni e dei grossi gruppi bancari e industriali che possono determinare linee politiche ed economiche degli stati.
Secondo Galli, «il punto in cui la crisi dello Stato, o meglio, del sistema politico-amministrativo contemporaneo, si manifesta in modo più diretto è nel sopravvento di un rapporto irrazionale tra prelievo fiscale e spesa pubblica: da un lato, qualunque tentativo di adeguare il livello del prelievo fiscale allo standard raggiunto dalla spesa provoca ‘rivolte fiscali’ più o meno striscianti e pregiudica la stabilità di una leadership di governo; dall’altro lato, qualunque tentativo di comprimere lo standard della spesa pubblica corrente – ancorché motivato con l’esigenza di potenziare gli investimenti produttivi – provoca una crisi di consenso sociale che il sistema politico-amministrativo non ritiene di potersi permettere». [pp. 9-10]
«Crisi di razionalità del capitalismo maturo» direbbe Habermas, in cui si riscontrano, e sono evidenti – lo ha già detto Galli – «la crisi fiscale, la perdita della sua identità moderna di principio di razionalità della convivenza sociale e il ripristino sotto nuove forme di una sorta di corporativismo». [p. 10]
– Potere legale-razionale
Ritrovare quindi nel percorso storico della fondazione dello Stato moderno il «momento genetico della sfera pubblica e simultaneamente della sfera privata» (che coincide con il «momento genetico del modello moderno di convivenza sociale e di organizzazione politica») nello «avvento di un regime uniforme, cioè non arbitrario e occasionale, di prelievo fiscale configura il rapporto tra autorità politica e contribuente in termini particolaristici e qualifica il prelievo come privilegio e il contribuente come suddito, un regime uniforme di prelievo fiscale qualifica lo stesso come l’esercizio di un potere ‘oggettivo’ di imperio – cioè legato non alla persona del ‘Principe’ ma alla funzione di supremazia dello Stato e qualificando il rapporto stato-contribuente come fondato sulla razionalità della legge, qualifica il contribuente non più come suddito, ma come cittadino. Infine, un regime uniforme di prelievo fiscale rende possibile la calcolabilità dell’agire economico, e quindi è un requisito fondamentale per il tipo di agire economico razionale, orientato all’accumulazione, che caratterizza l’economia moderna. Ecco perché un regime fiscale razionale, nel mentre realizza la sfera pubblica, costituisce simultaneamente la sfera privata». [p. 11]
Galli si riferisce a Schumpeter in queste riflessioni. Oggi in seguito a una così lucida riflessione seguirebbe un trattato sull’evasione fiscale e sulla liceità o meno delle rivolte fiscali, spesso minacciate dalla Lega o da altri sedicenti politicanti, sotto il problema della elevata pressione fiscale e soprattutto della sua sperequazione.
Riflessioni che, partendo dalla riorganizzazione dello Stato, non possono non coinvolgere la «società civile», sebbene questa appaia oggi polarizzata (siano due, tre o quattro i poli, non importa) in un aperto scontro di classe (più presunto che effettivo, nel senso che, non mettendo in discussione l’esistenza e la fisionomia delle classi sociali, si determinano interessi e mobilitazioni interclassisti e trasversali, a danno del vero bisogno di classe).
Appunti più che altro, non una riflessione organica che parte da considerazioni sullo Stato e la sua evoluzione, dal Settecento a oggi. In un momento in cui si grida alle riforme, appaiono significative le vicende settecentesche. Allora era evidente una generazione nuova e fortemente intrisa di nuovi limi ed educata alle scienze e all’empirica prassi. Era inoltre forte una cultura politica, cosa che sembra oggi mancare, mentre avanza l’arroganza del tecnicismo.
Pietro Simone Canale