Sandro LANDI, Stampa, censura e opinione pubblica in età moderna, Bologna, Il Mulino, 2011, 160 pp. (Universale Paperbacks il Mulino, 609), ISBN 9788815233912.
Il volume s’inserisce nell’ampio dibattito storiografico degli ultimi anni sulla stampa, la censura e l’opinione pubblica. Sandro Landi propone una «sintesi problematica » dei fenomeni in questione, ritenuti «costitutivi del mondo moderno» (p. 7), ripercorrendo una vasta letteratura e dando largo spazio agli orientamenti della ricerca storica recente.
I tre oggetti del libro – la stampa, la censura e l’opinione pubblica – mostrano prospettive nuove e intercorrelate, man mano che gli studi di storia del libro affinano i propri strumenti di analisi e d’interpretazione. I risultati evidenti sono, infatti, fitte correlazioni tra i tre ambiti di ricerca.
Il primo capitolo, La rivoluzione della stampa (pp. 11-25), è dedicato all’invenzione della stampa a caratteri mobili, che la storiografia tradizionale ha sempre identificato come uno dei presupposti della modernità e dei progressi sociali e scientifici, e che, alla luce di nuovi studi, nella lettura di Landi è ridimensionata nel suo presunto «carattere rivoluzionario» (p. 11). Essa sarebbe, infatti, non tanto l’innovazione tecnica che rende possibile un «mondo nuovo» (p. 14), bensì una «invenzione che emerge in un contesto che è di profondo mutamento dello spazio del pensabile e del possibile» (p. 14). Una serie di trasformazioni materiali e tecnologiche, anteriori all’avvento del libro a stampa, che riguardano principalmente la forma del manoscritto e le pratiche di lettura, sono alcune delle ragioni che «inducono a relativizzare il luogo comune storiografico della stampa come fattore di mutamento rivoluzionario» (p. 16). I primi tipografi non inventano uno strumento nuovo, ma ne producono uno, imitandone di fatto uno già esistente. A questo va aggiunto che la stampa non è sinonimo di libro – seppure sia stato l’oggetto privilegiato per gli studi sul fenomeno – ma comprende anche fogli volanti, immagini sacre, preghiere, manifesti da affiggere, locandine, oggetti di marketing, materiale che spesso è parte rilevante del lavoro dei tipografi e del loro fatturato. È proprio l’ambiente delle tipografie a essere preso in esame dall’autore: esso è fortemente caratterizzato da vincoli corporativi, il che la dice lunga sul valore della stampa quale fenomeno rivoluzionario per i contemporanei. Tuttavia la questione apre un fronte di ricerca molto importante e interessante, che riguarda la comprensione di come il libro «sia divenuto, in Occidente […], l’oggetto di nuove forme di produzione industriale e di consumo di massa» (p. 20). In questo caso, gli studi sulla «geografia della produzione libraria» (p. 20) aiutano a comprendere la «connotazione tipicamente urbana» (p. 22) dell’industria del libro e le ragioni del «rapido radicamento della tipografia nell’area italiana» (p. 21) del Centro-Nord, dove fattori come la presenza di una densità cittadina più alta, della frammentazione politica e una forte vocazione mercantile concorrono alla nascita e allo sviluppo di una «industria» (p. 22) tipografica e alla creazione di una rete commerciale per la distribuzione per il prodotto “libro”.
Il secondo capitolo, Tra continuità e mutamenti (pp. 27-48), evidenzia l’evoluzione della stampa nel corso del suo primo cinquantennio di vita, individuandone le «caratteristiche materiali inconfondibili» (p. 27), che emancipano il libro dal manoscritto, ed altri aspetti inerenti alla diffusione della stampa e della lettura, come «il predominio delle lingue volgari sul latino» (p. 27). Gli studi più recenti hanno messo in luce le caratteristiche strutturali delle grandi stamperie, le quali ricorrono a «una ripartizione sempre più efficace del processo di composizione della pagina e dunque la divisione del lavoro determina un incremento delle capacità produttive che è senza paragone con i secoli precedenti» (p. 29). La ricognizione di Landi non si limita solo alle stamperie, ma si allarga anche a tutti quei «mestieri del libro» (p. 28), come i librai e gli ambulanti che li vendono, gli autori e gli editori. È interessante notare come «le trasformazioni che interessano il processo produttivo e l’economia del libro corrispondano a un significativo mutamento del ruolo […] dell’editore e dell’autore» (p. 31). Spesso la figura dell’editore coincide con quella del tipografo, ma sovente nei grandi centri tipografici si pongono le basi e le condizioni economiche e intellettuali che consentono l’emergere della figura dell’editore come lo conosciamo oggi. Non è un caso che al mutamento del ruolo degli attori, corrisponda un adeguamento della normativa: già nel Settecento gli autori e gli editori sono riconosciuti responsabili penalmente del contenuto di un’opera.
Un paragrafo importante per l’economia di questo libro, denso, breve ma esaustivo, è dedicato al rapporto tra libro e lettura, Pratiche e stili di lettura (pp. 35-48). La comparsa del libro a stampa è legata a un mutamento delle «competenze, dei gusti e delle abitudini dei lettori» (p. 35), ma anche al dato che «la lettura è solo uno degli usi possibili legati alla presenza del libro» (p. 47). Anche l’opposizione tra alfabetizzati e analfabeti, o tra lettori e non lettori risulta meno netta più si va avanti negli studi sulle pratiche di lettura in età moderna: il libro è, infatti, un oggetto largamente presente e conosciuto tra Cinquecento e Ottocento.
La Riforma protestante, inoltre, stabilisce un rapporto particolare con il libro: il principio Sola scriptura «istituisce un legame diretto […] tra libro e libertà individuale » (p. 39). La Riforma dà una spinta notevole alla produzione e alla diffusione di «testi sacri o devozionali in volgare rivolti agli illetterati» (p. 39). Tuttavia la Controriforma, in cui si ribadisce il principio Fides ex auditu e quindi identifica il libro quale «principale vettore di diffusione dell’eresia» (p. 41), non si esprime contro l’uso del libro, ma interviene piuttosto per «modificarne gli usi sociali» (p. 41). Gli studi sugli usi sociali del libro nel periodo successivo alla Controriforma in Italia, permettono di capire in che modo e se «le interdizioni e i pregiudizi sul libro abbiano alterato in profondità il rapporto dei lettori potenziali con il libro» (p. 41). Un altro versante di studio riguarda il fenomeno della «appropriazione» (p. 42), ossia «il modo in cui l’atto della lettura, prendendo forma su un testo storicamente e materialmente determinato, è costitutivo della sua interpretazione e, più in generale, della costruzione della realtà offerta dal lettore» (p. 42). Questa prospettiva permette di ottenere dati importanti sulla «diversa ripartizione sociale, spaziale e temporale della lettura» (p. 42). Un esempio è il celebre, seppur ormai un po’ datato, lavoro di Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi, del 1976.
Il libro di Landi si addentra però anche in altri «territori» (p. 49) della comunicazione, come l’oralità e il manoscritto. La comunicazione in età moderna è un «sistema in cui scrittura a stampa, manoscritto e oralità coesistono e interagiscono» (p. 51). L’oralità, che «si manifesta nel lato più quotidiano dell’attività [umana]» (p. 53), presenta il suo «carattere prioritario e insostituibile» (p. 53) e apre a nuovi oggetti potenziali di ricerca e all’affinamento degli strumenti storici per agire sulle fonti orali e sulle fonti per l’oralità. La pubblicazione manoscritta, invece, mantiene, in tutta l’età moderna, un ruolo importante, seppure sia incontestabile il predominio progressivo della pubblicazione a stampa. Il libro manoscritto conserva tuttavia un certo prestigio: è rivolto a un certo tipo di lettori ed è in grado di aggirare quegli ostacoli della censura che gravano sul libro a stampa. Il libro manoscritto si presenta quindi come “oggetto d’iniziazione” per le accademie o per gruppi ristretti, oppure come forma prediletta per gli epistolari o per la circolazione del gossip e della satira. La persistenza della pubblicazione manoscritta e della pubblicazione diffusa per via orale è anche cifra del mondo arabo e musulmano, in cui la prima tipografia ufficiale dell’Impero Ottomano è attestata solamente nel 1726. Un rifiuto per la riproduzione meccanica della scrittura è tutt’altro che sinonimo della mancanza di una «tradizione del libro» (p. 69), ma piuttosto un riconoscimento della sacralità della scrittura, «quale strumento della rivelazione coranica» (p. 67) e quindi direttamente «legato alla parola di Dio» (pp. 67-68).
Il quarto capitolo del volume, Le logiche della censura (pp. 71-98), è dedicato all’evoluzione della censura e alle sue conseguenze culturali e sociali. La censura in età moderna non è limitata alla stampa e alla lettura, ma comprende tutta una serie di «pratiche istituzionali e culturali che […] hanno limitato ma, nello stesso tempo, determinato le condizioni di esistenza pubblica della comunicazione a stampa» (p. 73). La censura fa inoltre parte di quella serie di limitazioni della libertà come quelle corporative e i privilegi di stampa. Il capitolo è dedicato ampiamente ai fenomeni della censura preventiva e della censura repressiva. La censura preventiva è una forma di esame del manoscritto da parte di «revisori designati da autorità civili o religiose» (p. 77). Spesso essa è il risultato di «soluzioni istituzionali o compromessi di fatto» (p. 79) tra le autorità ecclesiastiche e la sovranità di principi e repubbliche in specie di area cattolica. Studi recenti sul fenomeno hanno evidenziato l’esistenza di un regime speciale di clandestinità, spesso tacitamente consentita dall’autorità civile. Nel Settecento la censura preventiva è oggetto di un numero crescente di critiche da parte dei letterati, dei professionisti del libro e dei funzionari, poiché è ritenuta arbitraria, anacronistica e difficile da realizzare. A questo momento di crisi e revisione dei sistemi di censura preventiva non corrisponde però una «liberalizzazione della produzione e del commercio del libro» (p. 87), bensì una «ridefinizione delle strategie censorie» (p. 87), in particolare di quelle con taglio repressivo. La censura repressiva è la forma più comune e duratura di prassi censoria, rivolta a fermare la diffusione di libelli giudicati osceni, blasfemi, sediziosi o di carattere politico contrario al governo. Questa forma vede il prevalere di ruoli istituzionali su quelli di natura religiosa. Nello stesso modo la censura «si laicizza» (p. 90) e sfugge alla «competenza degli intellettuali» (p. 90), diventando materia «esclusiva degli organi di polizia» (p. 90), i quali agiscono per «riaffermare, in una società che si modernizza per canali diversi e privi di controllo, la presenza di un ordine costituito e l’esistenza di valori politici, religiosi, morali comuni e non negoziabili» (p. 90). Un fenomeno che tuttora interessa notevolmente gli studiosi del libro è sicuramente l’Indice dei libri proibiti. I più conosciuti e studiati sono sicuramente quelli messi in atto dalla Chiesa romana, tuttavia ne esistono anche in altri contesti come ad esempio quello inglese seicentesco. Recenti studi sugli Indici hanno aiutato a comprendere che la loro esistenza non era pensata in antitesi alla cultura, ma in maniera complementare, poiché disciplinava la lettura anziché vietarla. In ogni caso il rapporto tra censura e cultura è dinamico e complesso e merita di essere studiato e approfondito.
L’ultimo capitolo del volume, L’opinione pubblica in età moderna: discorsi, pratiche, rappresentazioni (pp. 99-132), è dedicato al processo di formazione di un’opinione pubblica in Europa. Un processo che, non a caso, viene fuori in tutta la sua importanza dopo le riflessioni che l’autore ha fatto sulla stampa e sulla censura; si parte dal modello di opinione pubblica teorizzato da Habermas, secondo il quale l’abolizione della censura preventiva è condizione necessaria per la nascita dell’opinione pubblica in Europa. In questo processo la stampa svolge un ruolo essenziale. In paesi come l’Inghilterra, la Germania e la Francia emerge nel XVIII secolo una «sfera pubblica borghese» (p. 99), la quale – sempre secondo Habermas – abbandona il suo status di titolarità di razionalità, autonomia e critica nei confronti dello Stato per cedere alla pubblicità, al conformismo e alla massificazione. Gli studi recenti hanno messo in luce però come sia «improprio affermare che l’opinione pubblica [come categoria del discorso politico] esista solo a partire da questo periodo, perché l’accezione settecentesca di opinione evoca e condensa un insieme di significati anteriori e discordanti» (p. 103). Il platonismo rinascimentale assegna infatti alla «moltitudine» (p. 103) la capacità di discernere gli onesti dai disonesti (p. 104). Questo «comun giudicio o opinione universale» (p. 104), secondo il Castiglione, è in grado di «valutare la bontà di un’opera» (p. 104). Per Machiavelli, invece, le opinioni collettive, sebbene siano spesso composte in parte da fantasie, voci, dicerie, calunnie e pronostici, sono tuttavia capaci di produrre effetti reali e verificabili, «verità effettuale delle cose» (p. 104). Per questo stesso motivo «la voce del popolo è paragonabile a quella di Dio» (p. 105) e svolge quindi un ruolo fondamentale nei processi di legittimazione del potere. Secondo Naudé, invece, i «veri cambiamenti politici» (p. 107) possono ottenersi solo da una minoranza, poiché il «popolo comune» (p. 107) con il suo giudizio è vittima di «oratori, falsi profeti, impostori […], in breve tutti coloro che hanno qualche nuovo disegno, rappresentano le più furiose e sanguinose tragedie » (p. 107). La seconda metà del Settecento è il momento in cui si afferma, prima in Francia e poi nel resto d’Europa, il «sintagma ‘opinione pubblica’» (p. 109). Gli studi recenti sull’opinione pubblica sono ormai rivolti a «comprendere le condizioni che hanno reso possibile l’avvento di un ‘pubblico’ inteso come soggetto razionale titolare di diritti politici» (p. 109). Non si deve però ridurre all’idea settecentesca di “opinione pubblica” ogni categoria del discorso politico, poiché l’esistenza di un pubblico che s’interessa e discute di politica preesiste alle forme classiche della società borghese e non per forza coincide con il pubblico dei lettori. Negli ultimi anni, infatti, si è diffusa una «tendenza a studiare casi che testimoniano della capacità della gente ordinaria a produrre opinioni di contenuto politico o religioso» (p. 114). Lo spazio urbano (e nel libro si fa riferimento a quello dell’Italia cinquecentesca) è il luogo ideale in cui si sviluppa l’opinione collettiva, quale rapporto che va «stabilendosi tra discorso pubblico istituzionale e non istituzionale» (pp. 117-118). La parola e il manoscritto sono i principali strumenti di «informazione politica» e, non a caso, essi si muovono in un ambiente in cui le notizie circolano insieme alle merci (p. 118). Le disposizioni e le norme per limitare o negare lo spazio pubblico sono quindi una chiara prova dell’importanza che il potere dà all’opinione popolare (p. 121). Ciò dimostra inoltre che «nell’uso storiografico la nozione di opinione pubblica è difficilmente dissociabile dall’esercizio della parola e della critica» (p. 123) anche in ambienti scarsamente alfabetizzati, dove dominano magari forme orali di comunicazione. Suppliche, petizioni e rimostranze sono oggetti storiografici dei recenti studi sull’opinione pubblica. Questi hanno dimostrato come lo spazio pubblico dell’opinione, non sia solo il luogo del dissenso, ma anche del «tacito consenso» (p. 125) che «giustifica la persistenza, su un determinato territorio, di istituzioni, agenti e simboli del potere statale» (p. 126). L’opinione pubblica è, quindi, un «elemento essenziale del processo storico di formazione dello stato moderno» (p. 126). «La storiografia recente ha dunque messo in luce l’anteriorità dell’opinione pubblica come categoria politica o come fenomeno sociale della prima età moderna» (p. 127). Essa non è soltanto razionale, critica e autonoma nei confronti del potere, secondo il paradigma di Habermas. Risulta invece un fenomeno ormai più complesso. Gli storici della lettura – che si sono dedicati, ad esempio, allo studio della stampa inglese nel Seicento – hanno evidenziato il rapporto non necessario tra la lettura e l’uso critico della ragione giacché la «critica è solo una delle possibilità offerte dall’esperienza della lettura e la ragione è solo una delle risorse messe in atto dal lettore» (p. 129). In questo contesto la libertà d’espressione non è un principio assoluto, ma un «prodotto contingente e talvolta fortuito di dinamiche complesse e antinomiche» (p. 131), funzionali al potere, come nel caso della politica asburgica di contrasto all’egemonia della Chiesa sull’opinione popolare. L’opinione pubblica è, quindi, espressione del processo di pubblicizzazione del potere. Proprio le ultime pagine del libro sono dedicate all’opinione pubblica. Essa è «concepita come il risultato del libero corso delle divergenze e delle dissidenze, secondo il modello inglese» (p. 132), ma anche come «il segno arcaico di un loro superamento e integrazione in un’opinione collettiva, organica e finalmente unanime» (p. 132). Questa dicotomia è «costitutiva della sfera pubblica moderna» (p. 132).
Il libro, capace di una ricostruzione tematica ampia e rigorosa, non trae conclusioni, bensì esorta a continuare e approfondire lo studio sui fenomeni studiati, dopo avere più volte sostenuto come la storiografia sia orientata su nuove frontiere di ricerca. Il volume è corredato da Riferimenti bibliografici (pp. 135-154) e da un Indice dei nomi (pp. 157-160).
Pietro Simone Canale
Questa recensione è stata pubblicata in «Mediaeval Sophia», 13 (2013), pp. 367-72.
